L'ex consigliere del Ministero interviene sulla vicenda del percorso archeologico di piazza Sordello. "Recinto esagerato, orrende le colonne bianche: un'intrusione visiva" MANTOVA. È proprio nella sua modestia che l'inciampo marmoreo voluto in piazza Sordello, a segnale di una non vasta area archeologica, dimostra tutta la sua sconfortante inadeguatezza. Una modestia che è conseguenza di un eccesso segnaletico, di un esagerato e quindi ingannevole desiderio di valorizzazione a tutti i costi di uno scavo stratigrafico di certo interessante, ma non fino al punto di compromettere con la sua ingombrante banalità formale un contesto architettonico e urbano storicamente più che definito. Lo scavo in piazza Sordello, se ci atteniamo allo specifico archeologico, avrebbe preteso semplicemente di essere ritenuto un utile strumento di conoscenza di Mantova, delle sue origini, della sua affascinante storia. E lo scavo stratigrafico, nel suo proporsi come strumento di conoscenza, non avrebbe interferito in nulla con la consacrata area monumentale della piazza. L'esagerato recinto marmoreo (con in più l'intrusione visiva di orrende bianche colonne) ha prodotto una conflittualità che andava evitata. Dove per conflittualità s'intende quanto ha negato un rapporto armonico, sensato, tra le sottostanti tracce antiche, l'ingresso ai resti della memoria fondativa di Mantova, nonché il tessuto monumentale di piazza Sordello. Tutto ciò nella città che ha visto nascere memorabili impronte della perfezione ideale in architettura. Alternative possibili alla desolante esercitazione scolastica realizzata? Più d'una, a iniziare dall'esempio che ci viene dalle normali vie di accesso che portano nei sottosuoli archeologici o monumentali di tante stazioni di metropolitane sia in Italia che altrove. Ancora: è di difficile comprensione il fatto che la trincea marmorea, il recinto artificioso, si trovi dinanzi alla sede della Questura, un suggerimento (la barriera) forse giovanilmente ripreso da qualche violento videogioco in cui ci si apposta per assalire chiunque si presenti a tiro. Chi lavora nella Questura di Mantova può sempre consolarsi ripetendo quel verso di Dante che dice "di quei ch'un muro e una fossa serra". Lo si legge, i mantovani ben lo sanno, nel canto VI del Purgatorio, appunto quello di Sordello. Ora, restando ai classici della grande letteratura, così di casa a Mantova, passiamo dai laghi di Virgilio al lago di Catullo, ovvero al Garda. Amministrativamente parlando si resta in un'area istituzionalmente omogenea, essendovi per competenza un'unica Sovrintendenza archeologia, Belle arti e paesaggio che da Mantova giunge a Brescia. Nei pressi del lago di Garda, in comune di Lonato, c'è un luogo di memorie e di straordinarie bellezze naturali e paesaggistiche. Lì c'è un Eremo, cioè un convento voluto per i frati Cappuccini dagli antichi signori di quelle terre, gli Averoldi. Gli stessi che commissionarono il capolavoro di Tiziano, noto come polittico Averoldi, audace visione controriformista conservata a Brescia nella chiesa dei Santi Nazaro e Celso. Dall'alto della collina su cui sorge l'ex convento "l'occhio spazia senza confini sulla pianura mantovana e cremonese, così che ne puoi contare le colline, le torri, le chiese". Abbiamo citato da una vecchia guida, perché la sorprendente bellezza paesaggistica che vi si legge è ancora in essere, dato che, per davvero, dall'Eremo costruito per i Cappuccini dagli Averoldi "l'occhio spazia senza confini". C'è una lapide su di una facciata di un edificio, diventato elegantemente mondano dopo i Cappuccini, in cui si ricorda che i nobili mecenati nel 1571 fecero edificare su quella collina il convento con le celle per i frati, una biblioteca, una chiesa, insomma il necessario per un Eremo, immerso ancora oggi (ma fino a quando?) in un contesto di natura e storia che conobbe il gusto e la pazienza di una sapiente agricoltura, con accanto l'arte di paradisi della vegetazione, di fiori, di piante le più varie, tra le quali un trionfo di cipressi da far invidia alla Val d'Orcia. Ebbene, quel complesso di edifici storici al centro di una magnificenza paesaggistica, lungo il quale scorre un cannocchiale visivo che tocca sulle acque del lago la penisola di Sirmione, è a rischio per più che certe speculazioni immobiliari, già impegnate nel fare della collina dei Cappuccini, dell'antico Eremo, il solito bla bla delle residenze a uso turistico, ecc. Ciò che non è stato fatto in piazza Sordello, in termini di tutela di una storica area monumentale, può essere fatto invece per quello che è diventata una villa, ma che fu un monastero con chiostro e cortili e percorsi da dove in fondo si scorgono il lago e altri orizzonti all'infinito? Per essere chiari, il sovrintendente Giuseppe Stolfi può verificare se il complesso di edifici che formavano e formano tutt'ora ciò che fu l'Eremo dei Cappuccini è o non è tutelato da una più che doverosa dichiarazione d'interesse culturale? Nel caso ci fosse una simile dichiarazione, si potrebbe sperare che la collina dei Cappuccini con quello che fu un convento non facesse la fine di una villa di proprietà di Furio, amico di Catullo. Una villa sottoposta a venti minacciosi, perché scrive Catullo "è volta verso un cumulo immenso di ricchezze; ahimè, che vento orribile e pestifero". Esattamente il vento forse in procinto di abbattersi sulle colline dei Cappuccini, di sicuro osservate e amate da Catullo nei giorni da lui trascorsi a Sirmione. () già consigliere del Ministero dei Beni e delle attività culturali