"Venezia vive" di Angela Vettese è un libro antiSettico. Se infatti Salvatore Settis, con il suo "Se Venezia Muore", faceva della decadenza urbana e sociale di Venezia, del suo degrado anche fisico, la metafora della crisi delle grandi città d'arte, la critica d'arte milanese - che dirige il corso magistrale di Arti Visive dell'Iuav, ma che in laguna è stata anche a lungo presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa e per un breve periodo anche assessore comunale alla Cultura e al Turismo - con il suo nuovo volume (edizioni il Mulino) capovolge completamente questa prospettiva. Vettese "disinfetta" la prospettiva decadentista di Settis e vede invece il bicchiere mezzo pieno: quello di una città problematica ma piena di opportunità e di capacità di ripensarsi, solo che si affidi a un progetto di rilancio di grande respiro basato principalmente sulla cultura e sulla creazione di un laboratorio diffuso basato appunto sul suo sistema artistico, museale ma anche spettacolare. «"Venezia muore"» scrive Vettese «è una frase adatta a farsi notare dai media di oggi anche se nata ieri, dal culto della rovina dei romantici che guardavano come pendesse Ca' Dario. E pende ancora...». E rispetto al problema dell'esodo: «Pochi notano che Venezia funziona in modo simile a ogni centro storico occidentale, con una periferia metropolitana dove si è spostata la residenzialità. Il suo presunto spopolamento non è (quasi) altro che quanto accade in ogni centro direzionale, da Parigi a Londa a New York. Un fenomeno di scala internazionale viene letto come una peculiarità locale, reperendo un'ulteriore conferma dell'immagine-archetipo per cui Venezia è il sarcofago di se stessa». E l'autrice vede invece i segni della vitalità di Venezia, nella nuova architettura che comincia a crescere, nella fondazioni culturali che hanno preso casa in città restaurando palazzi, nel «vento nuovo che viene portato ogni anno in città da oltre ventimila presenze che frequentano non solo i due atenei maggiori». Il libro di Angela Vettese è stato presentato ieri a Venezia nel Teatrino di Palazzo Grassi insieme a lei da un gruppo di relatori - il direttore di Palazzo Grassi Martin Bethenod, lo scrittore Tiziano Scarpa, i docenti universitari Paolo Legrenzi e Laura Fregolent - che tutti, con argomentazioni diverse, hanno affermato di condividerne la testi "ottimistica" di fondo. Per Scarpa Venezia deve smettere di «fare Venezia» - come pure va benissimo ai moltissimi turisti di passo che la frequentano - ma cercare appunto l'altro da sé. Bethenod non crede alla retorica decadentista sulla città tanto da sentirsi, dopo sette anni di permanenza, un po' veneziano. Anche per Legrenzi la sfida della città è di reagire all'immaginario banale in cui è immersa, riprogettandosi, come ha fatto la punta di Dorsoduro dedicata all'arte e che Vettese dfeinisce «la Soho di Venezia». Fregolent insiste sulla nuova progettualità che l'autrice indica come la chiave per il rilancio della città. Vettese infine, nel suo intervento, ha ribadito la fede nel cambiamento di una città che ha sempre saputo inventare e inventarsi anche nel passato, chiedendo però una nuova politica per la casa per i giovani e in particolare le giovani coppie. Viva o morta che sia, insomma, a Venezia serve di più. Enrico Tantucci