Continua a fornire eccezionali sorprese il sito archeologico della Tosina di Monzambano, un villaggio neolitico risalente a 6mila anni fa. Nell'ultima campagna di scavo è stato ritrovato, pressoché intatto, lo scheletro di un cane, un rinvenimento rarissimo per questa epoca. Sarà lui, oltre a fornire importanti indicazioni sullo stile di vita di questi nostri antenati, a fare da mascotte per lo scavo. L'équipe dei ricercatori ha infatti deciso, d'accordo con l'amministrazione comunale, di coinvolgere le scuole perché siano i bambini a dare al cane un nome, un'immagine ed anche a inventare le storie che accompagneranno questo ritrovamento che potrebbe essere il filo conduttore di un possibile futuro parco archeologico del Mincio.La scoperta casuale. La Tosina fu individuata, come spesso accade nel mondo delle scoperte archeologiche, per caso. Un agricoltore che arando in profondità il terreno vide emergere delle pietre scheggiate. La fortuna, anch'essa ingrediente indispensabile delle svolte storiche, volle che quei primi reperti finissero in mano a Emilio Crosato, laureato in archeologia che rimase sbalordito di quel ritrovamento. Organizzando da solo piccole campagne di raccolta superficiale si rese conto di trovarsi di fronte ad un immenso giacimento archeologico. Un abitato, poi confermato della datazione al radiocarbonio, di seimila anni fa, quando le popolazioni che già esistevano e rimaste legate ad un passato mesolitico vennero soppiantate da gente nuova, portatrice di una civiltà più evoluta, neolitica, che quindi continuava a lavorare la pietra, ma conosceva l'agricoltura e l'allevamento.Un emporio commerciale. Quella cultura che come un'ondata si diffuse in tutta l'Alta Italia e caratterizzata dalla capacità di modellare i vasi di terracotta (cultura dei "vasi a bocca quadrata" venne chiamata) sembrava, prima della scoperta della Tosina, non essersi insediata a sud del Garda. Invece le numerosissime tracce oggi portano a ritenere gli studiosi che proprio qui si trovasse una sorta di emporio, un "centro commerciale" della selce lavorata che proveniva dalle cave dei vicini monti Lessini, nel Veronese, e che poi, dopo le lavorazioni degli artigiani locali, veniva scambiata con prodotti di altre zone. Qui sono state trovati reperti che provengono dalla Provenza e dalle isole del mediterraneo. Non solo.Confini immutati sino ad oggi. La Tosina beneficiò della sua posizione strategica per diventare un emporio commerciale, L'abitato, che forse ospitava tre, quattrocento persone, sorgeva probabilmente su una sorta di isolotto, circondato da una palizzata per contenere gli smottamenti. Le capanne di legno e paglia erano fissate al terreno con pali infissi. E, caso unico, i confini di questo villaggio dell'età della pietra, sono rimasti immutati sino ad oggi, preservati da un rilievo ovale che si stacca dai terreni circostanti ed è facilmente individuabile dall'alto. Inesplorato il 99. Le campagne di scavi iniziate nel 2006 hanno indagato poco più dell'1 dell'enorme sito di 50mila metri quadri portando alla luce circa 70mila reperti individuando le buche dei pali delle capanne, i silos di stoccaggio delle derrate alimentari, le discariche. Oggi le potenzialità sono enormi (resta il mistero dell'assenza di ossa umane)e la Tosina potrebbe rivelarsi il sito neolitico più importante dell'Alta Italia, come emerso dal recente convegno di Castellaro. Per il prossimo biennio gli scavi saranno condotti in sinergia con l'università di Firenze. Quegli uomini, che conoscevano un rudimentale pane, l'uva, tessevano, pescavano e cacciavano, allevavano soprattutto bovini e suini, ma integravano l'alimentazione con la cacciagione. Il cane intatto. «In questo contesto - spiega l'archeozoologo Fabio Bona, paleontologo dello scavo - va inserita la presenza del cane. Animale addomesticato partendo dal lupo già nel 10mila avanti Cristo. I ritrovamenti di cani sono molto rari. Si trovano a volte resti di ossa, ma non scheletri interi, come qui e nel vicino scavo di Valdaro dove lo scheletro di un cane è stato ritrovato appoggiato sui piedi di una persona sepolta».Un segno evidente che il cane, oltre che per la cura delle mandrie allevate e per la caccia, era considerato animale da compagnia. Una testimonianza confermata, probabilmente anche alla Tosina poiché dall'esame delle ossa è risultata una frattura cicatrizzata ad una vertebra. «Segno che l'animale ferito non era stato soppresso - spiega Bona - ma aveva continuato a vivere con gli umani».Mascotte dei bimbi. Ora, grazie all'impegno dell'archeologa Raffaella Tremolada che lavora nell'équipe di Crosato e dell'amministrazione comunale, saranno i bambini a dare un nome al cane. «Un esemplare adulto, di taglia media - conclude Bona - dell'altezza di 47-48 centimetri, dal muso pronunciato come lo sono oggi i bastardini incrociati con il cane lupo». «Ho già fatto alcuni incontri nelle scuole primarie di Monzambano e Ponti sul Mincio - spiega la Tremolada - e saranno coinvolte le classi dell'infanzia. La proposta è quella di dare un nome alla mascotte degli scavi, ma anche provare ad immaginarne i contorni e la storia». Un coinvolgimento attivo che avrà come esito la presentazione dei lavori alla manifestazione Fantalibrando del 13 e 14 maggio a Monzambano. Con l'idea che questa mascotte diventi il simbolo del futuro parco archeologico del Mincio.