La risposta più ovvia è che un museo è il luogo deputato a conservare e preservare i valori riconosciuti, ciò che la memoria collettiva o la comunità scientifica ritengono degno di essere tramandato alle generazioni future. Ma non è detto che sia la risposta giusta. O l'unica possibile. In occasione della Giornata mondiale dei Musei, in programma il 18 maggio, l'ICOM (International Council of Museums) ha invitato tutte le istituzioni museali a pensare se stesse come luogo dell'indicibile e del controverso: non come dispositivi di canonizzazione del già detto e del già noto, ma come entità dinamiche capaci di esplorare e interrogare il non detto, il taciuto, il rimosso, il dimenticato. Bella sfida. Se non altro, perché chiama i musei a uscire dall'inerzia della loro identità consolidata per provare a rimettersi in gioco e a pensare a se stessi da altri punti di vista: da templi della certezza a labirinti del dubbio, da luoghi rassicuranti a luoghi scomodi, da dispensatori di valori a indagatori di contraddizioni, eccentricità. Difficile? Certo, ma non impossibile. Il museo che ho l'onore di dirigere (il Triennale Design Museum di Milano), ad esempio, nel 2016 ha scelto di dedicare la sua IX edizione al design delle donne nel '900 italiano, riesumando dalla rimozione e dalla censura patriarcale centinaia di donne artiste, progettiste, creatrici, imprenditrici che le storie del design avevano fin a quel punto brutalmente ignorato. Forse il museo dell'indicibile è questo: quello che recupera il rimosso e lo rende manifesto, con un'identità fluttuante capace di passare senza soluzione di continuità dal passato al presente, dal silenzio alla parola, dall'occultamento alla rivelazione. Se il 18 maggio i musei proveranno a muoversi in questa direzione, e cercheranno di scuotersi di dosso un po' della "polvere" con cui vengono percepiti dall'opinione pubblica, vorrà dire che avremo fatto un passo in avanti significativo nella direzione di un museo capace di generare discussioni e riflessioni.