DIALOGHI INTORNO alla città, com'era e come è diventata, cosa possono fare i cittadini per prendersene cura, il ruolo della politica e gli antidoti per contrastarne la decadenza. Tra proposte di autogestione della cosa pubblica, per colmare le carenze di una metropoli che fatica a essere ben governata, e l'opposta richiesta di un'amministrazione in grado di fornire servizi all'altezza. Opinioni a confronto che, a Garbatella, negli antichi bagni pubblici trasformati nel centro culturale Moby Dick, hanno animato per circa due ore il primo degli incontri su Roma che ogni primo mercoledì del mese Repubblica terrà in collaborazione con la casa editrice Laterza. Un ciclo di appuntamenti "Anticorpi" che sin dal titolo evoca un esercizio di resistenza collettiva al "declinismo" come malattia senile di una capitale che non riesce a tenere il passo con la sua grandezza. Partendo da un fatto di cronaca, ieri almeno 300 persone tra cui la ministra Madia, lo scrittore La Porta, il presidente dell'Istat Alleva si sono interrogate sul futuro della capitale. L'amo lanciato dal direttore di Repubblica Mario Calabresi, che ha raccontato tutta la sua sorpresa nel vedere per la prima volta dopo anni l'aiuola sotto al giornale perfettamente pulita: merito di un ragazzo del Ghana che, di sua iniziativa, in cambio di un piccolo contributo volontario, aveva in mezza giornata raccolto due sacconi di immondizia lasciata lì intorno chissà da quanto. Un piccolo aneddoto per dire che quel ragazzo non rappresenta la normalità, ma ce la mostra. Al netto però delle tante inefficienze amministrative dall'errore nella costruzione della Nuvola di Fuksas alle strade dissestate elencate dal caporedattore della cronaca di Roma Stefano Costantini. Il problema «è soprattutto culturale» obietta Giuseppe Laterza citando "Contro Roma", un libro scritto negli anni Settanta da vari intellettuali dell'epoca tra cui Montale, Parise, Soldati. «Qui Moravia scriveva che una capitale dovrebbe essere il modello del suo paese», spiega Laterza, «mentre oggi è diventata un elemento frenante e mortificante. A Roma non c'è una società borghese, non c'è una circolazione delle idee e delle persone». D'accordo il vicepresidente della Regione Smeriglio, a cui si deve la nascita di Moby Dick: «C'è bisogno di più risorse e poteri legislativi ». Ma prima di pensare all'architrave istituzionale, c'è da affrontare qualcosa di più profondo: «Quel che manca a Roma è un tessuto connettivo, che si costruisce anche con l'urbanistica», annota il rettore di Roma 3 Mario Panizza, contestando «che non è normale che i nostri giardini vengano puliti dai migranti, e nemmeno dai cittadini, è l'amministrazione che dovrebbe occuparsene». E qualche dato di Alleva: «A Roma sono stranieri l'8,3 degli abitanti. Tor Bella Monaca è il quartiere più giovane». Mentre La Porta ironizzava: «Questa è la città in cui finiscono tutte le grandi imprese: è toccato al cristianesimo, al fascismo, persino Woody Allen a Roma ha fatto il suo film più brutto». Prossimo appuntamento mercoledì 7 giugno con Carlo Fuortes e Tomaso Montanari sui beni culturali.