Gentile direttore, si parla spesso del restauro dei monumenti e delle opere d'arte di cui è piena l'Italia. Il ministro pro-tempore (di qualunque governo) dice che i fondi sono limitati, e magari aggiunge che bisogna far pagare gli ultrasessantacinquenni stranieri, che 'scorazzano' per la nostra Penisola... bene! Ma nessun uomo di governo ha mai pensato di creare una specie di National Trust all'inglese, in cui una parte dei castelli e altri monumenti e capolavori artistici privati vengono fatti visitare con un ticket? Il proprietario 'scarica' gli introiti dalle tasse e con questo si impegna a restaurare e mantenere il suo bene. A me sembra proponibile anche in Italia o sbaglio? Marcello Sassoli Gentile signor Sassoli, il direttore mi chiede di rispondere alla sua lettera, che pone questioni interessanti e giuste. E infatti sono in gran parte già affrontate. Iniziamo dalla proposta di un 'National Trust' all'inglese dei patrimoni culturali e naturali di proprietà privata: esiste già, è il Fondo Ambiente Italiano. Il Fai nasce nel 1975 proprio sul modello britannico. La distanza cronologica e patrimoniale tra i due (quello inglese nasce nel 1895) è attribuibile a una differenza culturale: la presa di coscienza della natura 'pubblica' dei beni culturali privati e dell'importanza dell'impegno da parte dei privati stessi a favore di un bene della comunità sono da noi più recenti, a fronte di un tuttora regnante statalismo che affida al pubblico, nel bene e nel male, quasi ogni responsabilità. Anche la defiscalizzazione dei biglietti di ingresso da lei invocata è già un dato di fatto. I ticket per pinacoteche, musei, monumenti privati, poiché viene riconosciuta una rilevante utilità sociale e culturale delle 'prestazioni di servizio', sono esenti da Iva. Non solo: quando l'attività museale è svolta da enti non profit (enti non commerciali associativi, onlus, enti ecclesiastici), come scriveva su 'Avvenire Non profit' alcuni anni fa Marco Grumo, ai fini fiscali «viene a godere di alcuni benefici, nel senso che non viene considerata come attività commerciale (in gergo si dice che viene "decommercializzata")». Il biglietto di ingresso serve nella grande maggioranza dei casi a coprire i costi della struttura. Si potrebbe indubbiamente fare di più sul fronte della fiscalità. Il pur meritorio Art Bonus, che concede una agevolazione fiscale del 65 nel caso di erogazioni liberali alla cultura, riguarda purtroppo solo beni e istituti di carattere pubblico, mentre non tocca il privato (ma i musei privati, come quelli ecclesiastici, non esercitano forse una funzione pubblica?). Sempre sul fronte del rapporto pubblico-privato, vale la pena di ricordare che la legge dello Stato offre, però, ai proprietari di edifici tutelati la possibilità di accedere a contributi ministeriali per interventi di conservazione e restauro. In contropartita i privati sono tenuti a stabilire con il Ministero l'apertura al pubblico del bene, secondo limiti temporali variabili da caso a caso. Un'ultima puntualizzazione: nei musei statali il pagamento del biglietto da parte degli ultrasessantacinquenni (tutti, non ci sono mai state iniziative per far pagare solo gli stranieri) è stato introdotto nel giugno 2014. Prima l'ingresso era gratuito ma si è preferito ridurre le agevolazioni per fasce di età per incentivare iniziative (come la domenica al museo) di temporanea gratuità totale. Su una cosa si potrebbe e dovrebbe lavorare ancora, ma nel Paese dei campanili non è facile: l'omogeneità nella bigliettazione, una svolta che richiederebbe un maggiore coordinamento tra le parti interessate. In questo senso, sono da accogliere con favore la diffusione e l'estensione di 'card museali' che, accanto a quelle valide per alcuni giorni, consentono l'accesso a tutti i musei anche su scala regionale per archi cronologici dai 6 mesi a un anno. È la giusta impostazione: oltre l'ottica del turista verso una piena attenzione al cittadino.
Avvenire
15 Aprile 2017
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Alessandro Beltrami
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