NEL 2008 stava per lasciare l'Italia diretto al Metropolitan di New York. La Soprintendenza lo bloccò. Il Castello lo comprò. Oggi lo splendido gruppo in avorio che ritrae la scena del Calvario, capolavoro del Cinquecento lombardo, brilla nel nuovo percorso del Museo delle arti decorative al Castello Sforzesco, inaugurato ieri dopo un anno di lavoro, finanziato da Cariplo e concentrato sul riallestimento e la selezione dei pezzi in deposito; più di 20mila, fra porcellane, argenti, ferri, tessuti, vetri e arredi per un patrimonio che supera quello del Bargello di Firenze. È il più importante museo di arti applicate sul territorio nazionale. Dall'estero invidiano le sue collezioni a ventaglio. Lo stesso Met nel 2012, per la mostra Bisanzio e l'Islam, usò come immagine guida un avorio alessandrino custodito ora nella sezione riservata al Mediterraneo come luogo di scambio fra culture. Mentre il Victoria and Albert di Londra brama la sua raccolta di sculture da camera, bronzi del Giambologna, esemplari strepitosi derivati da Bernini o da Michelangelo, come una Crocifissione che sembra fusa nel burro. Opere che, fino a ieri, sembravano invisibili. Colpa di un concetto museografico polveroso, tipico della nevrosi collezionistica tardo romantica, che prediligeva l'assembramento alla valorizzazione. Atterrare nelle sale della Rocchetta, dopo aver già visitato la pinacoteca, l'ala degli arredi e della scultura lignea, diventava per il pubblico sfibrante, sperso in mezzo a centinaia di ninnoli. Merito del progetto curato da Francesca Tasso e dall'architetto Andrea Perin, coordinati dal direttore Claudio Salsi, se tutto è cambiato. Pulizia e leggerezza sono le parole d'ordine di una disposizione ariosa che, pur rispettando le teche disegnate negli anni Sessanta dallo studio BBPR, ha isolato esemplari rari e meravigliosi. Si intitola infatti Fragili meraviglie il nuovo corso del museo punteggiato di luci a led e testi didattici chiarissimi, in un paradiso delle arts craft che allinea 1.300 highlight, dal medioevo al contemporaneo. Non aspettatevi narcotici capitoli divisi per manifatture. Un gioco di accostamenti mette in scena ceramiche originali uscite dalle tombe viscontee accanto a copie ottocentesche che cavalcavano il gusto del revival. Strumenti per le misurazioni o per la caccia, chiavi per casseforti forgiate dagli armaioli milanesi evocano una storia dell'alta precisione rinascimentale. In solitaria, brilla il compasso di Galileo, distribuito dallo scienziato in limited edition nel 1606 insieme al suo trattato sul compasso. Un gadget d'epoca. Ne sopravvivono quattro al mondo. Se fra i tessuti spicca un frammento di lino che fasciava le reliquie di Sant'Ambrogio, l'affondo sulle maioliche è un inno all'eleganza. Dalle tavole imbandite nel Seicento "alla francese" ai lussi di Meissen, dalle posate di Sambonet alle zuppiere di Sèvres usate nei corredi di Palazzo Reale, si approda al Novecento déco di Gio Ponti e ai suoi vasi dipinti in oro su fondi blu oltremare.