IL PERSONAGGIO MICHELE SFORZA È STATO TRA I VIGILI DEL FUOCO INTERVENUTI: CAMMINAVAMO SUI PEZZI DI PARETI CROLLATE, CHE SGOMENTO «ENTRANDO ho provato una sensazione di grande sgomento. Dentro la cappella c'erano ancora dei focolai accesi. L'unico sollievo era pensare che la Sindone era stata portata via: ormai era al sicuro». Michele Sforza, 60 anni, oggi in pensione, è uno dei vigili del fuoco che vent'anni fa sono intervenuti per l'incendio in Duomo. Era la notte fra l'11 e il 12 aprile. Le fiamme avevano quasi completamente distrutto la cupola del Guarini. Qual è stata la vostra prima impressione? «Io sono arrivato con il secondo turno. I miei colleghi stavano ancora spegnendo il rogo. Nell'aria si sentiva quell'odore acre di bruciato. Eravamo impressionati da quanto l'incendio avesse danneggiato la cappella. È stato un colpo al cuore. L'idea di calpestare quelle macerie, composte dalle pareti che si erano staccate, ci faceva effetto. Ci sembrava quasi un gesto irrispettoso, ma non potevamo fare altrimenti. Passato l'attimo emotivo, ci siamo messi subito al lavoro. Salvata la Sindone, dovevamo pensare a curare quello che adesso era il grande malato». Come si presentavano gli interni? «Quello che era un edificio bellissimo era stato completamente sconvolto. La cosa più raccapricciante era osservare dall'alto il tamburo: sembrava quasi di essere ai piedi di un cratere. Si vedeva un'enorme ragnatela di tubi ripiegati su stessi che avvolgeva tutto l'altare, proprio dove un tempo si trovava l'urna della Sindone. Ma nel nostro lavoro le emozioni durano poco, perché bisogna pensare al lavoro». Qual è stato il suo compito? «Mi sono occupato della documentazione fotografica. In un mese e mezzo ho scattato quasi 2 mila fotografie. Ho avuto modo di conoscere così ogni minimo dettaglio del Duomo, anche i punti meno noti. Le immagini servivano al Politecnico e alla Soprintendenza per valutare la messa in sicurezza dell'edificio. La struttura era pericolante e non si sapeva come avrebbe reagito al raffreddamento. Avevamo il forte timore che crollasse. Le prime soluzioni servivano a contenere eventuali spinte verso l'esterno. Il Politecnico e la Soprintendenza hanno scelto il materiale e la tecnica da utilizzare, noi abbiamo posizionato il tutto». C'era quindi il rischio concreto che venisse giù tutto? «Sì, ma per fortuna siamo intervenuti in tempo. il fuoco aveva tranciato alcune catene di tenuta. Per questo abbiamo subito inserito quattro cavi d'acciaio intorno al tamburo. Proprio per scongiurare il pericolo di crolli». Per via della "presenza" della Sindone, c'era un trasporto particolare? «Senza dubbio. Ma saperla al sicuro ci rasserenava. Adesso in pericolo era la sua "casa". Dovevamo pensare a salvare la struttura. La cappella del Guarini è stupenda. Vedere che alla fine ha risposto bene alle nostre cure, ci ha ripagato di tutti gli sforzi».
la Repubblica
11 Aprile 2017
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Erica Di Blasi
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