Da domani Milano ritrova il suo Victoria and Albert Museum. È costituito dalle sale dedicate alle Arti decorative, completamente riallestite, al Castello Sforzesco. Chiuse da 14 mesi riaprono grazie al progetto proposto da Francesca Tasso e Andrea Perin. Da domani Milano ha un suo Victoria and Albert Museum. È costituito dalle sale dedicate alle Arti decorative, completamente riallestite, del Castello Sforzesco. Chiuse da 14 mesi riaprono al secondo piano (accesso dalla Rocchetta) con un progetto museale pensato dal 2014 a cura di Francesca Tasso e dell'architetto Andrea Perin. Sono esposti 1.300 pezzi in 60 pannelli e vetrine accompagnati da 1.100 didascalie. Allestimento dei BBPR rispettato, ma luci rinnovate e percorso completamente nuovo finalizzato a raccontare i pezzi migliori della collezione, alcuni mai visti. Anche perché a queste sale (che sono un museo nel museo) il «visitatore tipo» giunge dopo aver visto il pianterreno, l'armeria, la scultura, i mobili, la pinacoteca e gli mancherà ancora da visitare il reparto strumenti musicali prima di concludere all'aperto il tour. Il Victoria and Albert sorse nel 1852 dopo il grande successo della Great Exhibition dell'anno precedente. Questo percorso sorge dopo l'Expo e, che ne sappiano o meno i milanesi, quello del Castello è uno dei più quotati musei del mondo per arazzi, avori, oreficeria, tessuti e maioliche. «Il criterio espositivo adottato spiega il direttore Claudio Salsi è quello di narrare una storia dei singoli pezzi poiché è ciò che i visitatori si aspettano. Gli oggetti da soli parlano esclusivamente a pochi specialisti mentre l'affollamento dei pezzi annoia». «Abbiamo cercato di asciugare il numero di pezzi esponibili e di sfoltire i livelli dell'allestimento BBPR per meglio spiegare i pezzi più significativi», racconta Francesca Tasso. Luci al led, vetrofanie alle vetrine, nessun supporto digitale bensì prevalenza per l'osservazione del pezzo originale e per la comprensione della sua storia attraverso la spiegazione accompagnano il visitatore nel nuovo tempio delle arti decorative, un tempo dette minori sino a quando il movimento inglese dell'Arts and Crafts le rivalutò. Il percorso inizia con una grande pianta di Milano nel Seicento, quando dagli scavi pervenne il primo materiale qui esposto: ceramiche ingobbiate e graffite, corredi da mensa e un paio di scarpette nere. Di fianco agli originali, ecco i rifacimenti all'antica delle ottocentesche manifatture Loretz di Milano. Poi la coppa Gonzaga, i vetri delle botteghe muranesi, giochi come gli scacchi e il compasso di Galileo Galilei in ottone. Non è un pezzo unico; lo scienziato fu anche l'inventore di quelli che oggi si chiamano «collaterali»: a chi acquistava una copia del suo libro Le operazioni del compasso geometrico et militare del 1606 veniva regalato il compasso come allegato. Le maioliche del Castello Sforzesco sono 4.400; 1.200 le porcellane, 800 le ceramiche graffite. I migliori esemplari sono esposti nelle rinnovate ali, specie i pezzi italiani del XVIII secolo. Inizia dal confronto tra queste e quelle di provenienza musulmana e cinese la sottesa narrazione del museo, qui analoga a quella del Mudec: la compenetrazione di Oriente e Occidente nell'artigianato d'arte. Si osserva meglio questo aspetto salendo sul sopralzo dove sono esposti rari tessuti, tra i quali il frammento di una veste che fasciava le reliquie di Sant'Ambrogio. La veste era stata indossata da Corrado II nel 1024 quando fu incoronato re d'Italia in Sant'Ambrogio con la Corona ferrea. Con tessuto a filo d'oro, il frammento, mai esposto, fu probabilmente lavorato in Sicilia in età musulmana. La collezione di posate e ceramiche di Gianguido Sambonet, 1940 pezzi acquistati dalla Regione, depositati nel 2003 al Castello e ricostruiti nelle vetrine, ci consente di comprendere i modi di servire a tavola dal XVIII secolo a oggi. Segue l'esposizione di manifatture con anche un presepio napoletano dell'Ottocento donato dall'ex sindaco Bassolino e una glassa armonica del 700. Si passa poi alle ceramiche moderne (anche di Gio Ponti) acquistate alle Biennali e sui mercatini d'antiquariato ed esposte in vetrine a sbalzo che sono esse stesse un capolavoro di allestimento. Pregiatissima la collezione degli avori dal V al X secolo (con la Tavoletta con le Marie al sepolcro del V secolo e la Tavoletta con la famiglia dell'Imperatore Ottone del 983 entrambe dalla collezione Trivulzio), un singolare coltello eucaristico con raffigurazione dei mesi del XIII secolo e, per la prima volta esposti, alcuni bronzi che riproducono celebri sculture del mondo antico e dell'età umanistica. Tra queste, il Busto di Costanza Bonarelli dal Bernini, fusione del 1696 di Massimiliano Soldani Benzi, artista al servizio dei Medici. Conclusione tutta nuova del percorso con una sala per il vetro contemporaneo: 45 pezzi donati dal collezionista Sandro Pezzoli.