Da Siracusa a Carini, da Agrigento a Ispica e ancora lungo la via dei sepolcri di Agrigento, è un dedalo di pietra che corre sottoterra in Sicilia. Sono le "mute città dei morti" come le chiamava Paolo Orsi, l'archeologo di Rovereto innamorato dell'Isola di cui scoprì il passato più remoto. Con lui, tra le campagne assolate, negli ultimi decenni dell'Ottocento, c'era anche un giovane professore tedesco appassionato di cimiteri cristiani; un omino dal cognome ingombrante, Joseph Führer. A lui si deve la mappa dei cento cimiteri paleocristiani siciliani a cui dedicò tutta la vita e dove si ammalò senza scampo. Una vita d'avventura e studio, la sua, che svela anche la passione dei viaggiatoriottocenteschi europei per la Sicilia e che si legge, per la prima volta in italiano, tra le pagine che Führer scrisse nel volume "Le sepolture paleocristiane in Sicilia" nella traduzione pubblicata da Moondi Edizioni e presentata all'Università di Catania. Il libro pubblicato a Berlino nel 1907 narra in 400 pagine il lavoro del giovane e misterioso archeologo bavarese scomparso prematuramente nel 1903 dopo aver mappato la geografia dei primi cimiteri cristiani nell'Isola grazie a una borsa di studio e a successivi finanziamenti dell'Istituto archeologico germanico imperiale. Imperterrito, nonostante la malattia volle continuare a viaggiare tra le campagne siciliane nelle cui viscere si addentrava come racconta, nel suo necrologio, Paolo Orsi. Il professore bavarese descrive con dovizia di particolari tecnici le sepolture cristiane da lui rinvenute ma il puntiglio dello scienziato cede il passo, di tanto in tanto, ai mirabilia, alle sue descrizioni della natura e di quel paesaggio siciliano che, da quasi duemila anni, custodisce fra ulivi selvatici, mandorleti, filari di vigne e il viola dei cardi selvatici le pietre dei cimiteri cristiani di Siracusa, Marsala, Termini Imerese, Palermo, Girgenti, Cassibile, Cava d'Ispica e di numerosi altri centri protocristiani dell'Isola. Il volume di Führer è così un viaggio a ritroso nel tempo alla riscoperta delle sepolture di età tardo-antica che rendono la sola Siracusa seconda a Roma per la loro estensione: cunicoli scavati nel calcare friabile di alcune zone siciliane che le custodiscono da secoli e dove venivano sepolti i morti avvolti da stoffa dentro sepolcri lapidei sigillati da pietra. L'unione tra corpo e terra, il ritorno alla Mater ma anche motivi pratici legati a questioni economiche e igieniche caratterizzavano questo genere di sepoltura dal III al VI secolo dopo Cristo che il professore tedesco ha scoperto in vari angoli dell'Isola. Ma la pubblicazione è anche la narrazione della vita di uno studioso tedesco semisconosciuto il cui cognome, dalle inquietanti analogie con il dittatore nazista, deve aver influito non poco nella dispersione delle sue tracce nei decenni a seguire. Pare che anche la moglie, rimasta vedova con tre figli piccoli, scelse di fuggire in Argentina e cambiare cognome proprio per tale ragione. Dello studioso traccia un affettuoso ed eloquente testo il suo amico Paolo Orsi, l'illustre archeologo trentino cui si deve il museo di Siracusa, da lui diretto dal 1895 fino al 1934 e che lavorò con Joseph Führer per dieci mesi, tra il 1894 e il 1895 quando Orsi era impegnato a Siracusa a sterrare la catacomba di Vigna Cassia. Ed è qui che Führer getta le basi di quella che Orsi definisce «un'opera grandiosa » aggiungendo: «Nessuno meglio di me può dire delle fatiche e degli strapazzi compiuti da Führer per rilevare in ogni più riposto angolo quella città dei morti, per trarre fotografie delle pitture, apografi delle iscrizioni, per misurare, disegnare e vedere ogni particolare tectonico; intere giornate egli passava nelle umide gallerie, uscendone sovente grondante di sudore e di acqua; e fu qui che la sua fibra, per quanto fortissima, contrasse i primi germi del male che poi lo uccise». Führer non arrivò a pubblicare la sua ricerca poiché morì nel 1903 ma fu la vedova, qualche anno dopo, a raccogliere gli studi e a consegnarli all'amico Victor Schultze che, dopo averli riuniti in un corposo manuale, diede alle stampe il volume Die altchristlichen Grabstätten Siziliens a Berlino nel 1907. Da allora, l'opera non venne mai tradotta in italiano né ristampata. «La pagina più significativa degli studi sull'archeologia funeraria del primo cristianesimo in Sicilia commenta la docente di Archeologia cristiana, Mariarita Sgarlata che firma la prefazione al volume tradotto - ancora oggi insuperata a distanza di più di un secolo. Un caso unico e paradigmatico di come si possano orientare le proprie vocazioni scientifiche verso obiettivi altri e alti». La docente dell'Università di Catania sottolinea il lavoro sinergico tra scienziati di diversi Paesi, senza steccati istituzionali e grande apertura nei confronti di coloro che volevano condividerne risultati e ricerche. Tra le catacombe e i cimiteri rurali della Sicilia spiccano i tre complessi di Siracusa (San Giovanni, Vigna Cassia e Santa Lucia), poi Manomozza a Priolo, gli ipogei di Canicattini e Palazzolo Acreide. Ancora a Ferla, Melilli, Lentini, Molinello, Cassibile, Spaccaforno-Rosolini. La Larderia di Cava d'Ispica, le catacombe di Santa Croce Camerina, e poi Licodia Eubea, a Chiaramonte-Gulfi, Granieri, Cittadella. E ancora, Naro a Girgenti. Termini Imerese in provincia di Palermo; Lilybaeum-Marsala e il grande complesso di Villagrazia di Carini. "Città dei morti" abbandonate nel VI dopo Cristo che oggi restituiscono tassello per tassello la storia cristiana della Sicilia.
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