«Sono arrivata a novembre prendendo visione di una certa devastazione. Mi amareggia osservare che l'ambiente dei professori sobilla gli studenti facendo credere loro che andranno tutti via. Non è così. Inoltre, gli studenti dovrebbero essere contenti di stare in luoghi più acconci». La presidente dell'Accademia di Brera, Livia Pomodoro, commenta così l'ennesima bocciatura, da parte del corpo docente, di un'ipotesi di «riconversione». In questo caso si trattava di tre aule che avrebbero dovuto fare spazio alla Pinacoteca e alla realizzazione di un ascensore per disabili. Un'operazione che avrebbe portato 30 milioni del Cipe all'Accademia e altri 10 alla Pinacoteca. «Ho accettato l'incarico per ragioni sentimentali: vengo da una famiglia di artisti, amo questa città, mia sorella frequentava Brera quando era una eccellenza di prestigio e il bar Giamaica era frequentato da Fontana, Manzoni, Pomodoro». Tra impegno, nostalgia e indiretta stoccata a un presente in decadenza la presidente dell'Accademia di Brera, Livia Pomodoro, cerca di riannodare le carte dopo l'ennesima bocciatura da parte del corpo docente di una ipotesi di «riconversione». Questa volta si trattava di liberare tre aule, le numero 39, 40 e 41 in favore della Pinacoteca anche per realizzare un ascensore per disabili. La quarantennale vicenda della cosiddetta Grande Brera dall'altro ieri può annoverare anche questo alloro, con tanto di foto di studenti (quarant'anni fa nemmeno concepiti) con i cartelli «no al trasferimento». Peccato che alla liberazione delle aule fosse legato l'arrivo di un finanziamento di 30 milioni del Cipe (più 10 alla Pinacoteca per Palazzo Citterio). «Non è affatto vero che si sfrattano gli studenti, che l'Accademia va altrove. Non si sfratta nessuno, semplicemente bisogna convivere civilmente e avere una visione di futuro afferma Livia Pomodoro . Sono arrivata a novembre prendendo visione di una certa devastazione. Mi amareggia osservare che l'ambiente dei professori sobilla gli studenti facendo credere loro che andranno tutti via. Non è così. Inoltre, gli studenti dovrebbero essere contenti di stare in luoghi più acconci. Invece». Scusi, ma come fanno 4.000 studenti e 400 docenti a voler stare tutti lì? «Ce ne sono una parte, e non andranno via. Gli altri sono già a Brera 2 in viale Marche, ad Arcore dove c'è la scuola di restauro e in altre sedi. E per le tre aule perse avevo già chiesto alla Città metropolitana di ottenere spazi vicini alla sede» (il Parini, ndr ). Ma non si deve andare alla caserma XXIV Maggio, che è stata preferita alla caserma Mascheroni? «I lavori sono appaltati dal Mibact. Quando sarà pronta si trasferiranno le sedi periferiche, quelle amministrative e ci saranno nuove aule; ma l'Accademia resterà anche a Brera. Recentemente ho sentito che si sollevavano problemi anche sul trasferimento dell'archivio della caserma». Ma quella del corpo docentestudente è una difesa per ragioni teoriche (primogenitura dell'Accademia e opportunità di stare insieme), di brand o anche di piccolo cabotaggio, tipo bere il caffè a Brera? «Il brand deve seguire la didattica, non precederla. Dipende da quello che si fa l'importanza del brand Brera ! Bisogna avere visione, altrimenti non si va da nessuna parte e si perdono 30 milioni di euro. Capisco la consuetudine di abitare in questi luoghi, ma nessuno viene sfrattato! Si devono solo razionalizzare gli spazi. Ai tempi del governo austriaco non poteva essere tenuto in considerazione lo sviluppo attuale di studenti e tecnologie. Didattica e museo possono convivere, ma civilmente. Inoltre, trovo che ci sia un uso del brand Brera un po' disinvolto. Si fanno eventi senza visione, forse per dubbie utilità personali. Brera è un luogo dove le procedure esistono se fa comodo. C'è un patrimonio di reputazione che non va sprecato, bensì custodito e rinnovato». Ce la si può fare? «Sì, se non si vuole perdere il futuro. Al Tribunale di Milano in 8 anni ho reso quel luogo abitabile; è diventato un tribunale modello. È avvenuta una trasformazione, anche con trasferimento di uffici in stabili all'esterno. Qui, per le tre aule il mio predecessore mi aveva assicurato che eravamo alla firma. E invece Ma mi chiedo: qual è la dignità di professori e altri soggetti che non riconoscono la necessità di avere un luogo adeguato, e negano tre aule anche per realizzare un ascensore per disabili?». Il direttore di Brera, James Bradburne, che dice? «Ha una visione positiva. Con Bradburne ci eravamo detti che bisogna arrivare a una soluzione adeguata e che le tre aule servono per una sistemazione logistica. La Pinacoteca avrà presto a disposizione Palazzo Citterio per l'arte contemporanea, ma bisogna che i docenti dell'Accademia condividano questa voglia di crescita». Cosa accadrà adesso? «Adesso faranno un collegio dei docenti e ribadiranno quanto detto in Consiglio, al quale ho partecipato solo alla prima parte. Dicono di non avere garanzie per le aule e influenzano gli studenti che fanno comunicati dicendo che per studiare servono proprio le numero 39, 40, 41». Altre soluzioni? «Soluzioni vanno trovate, perché i cittadini se lo aspettano. Questo di Brera è un problema sentito dalla città».