La Grecia aveva detto no. No ai 56 milioni offerti da Gucci per sfilare sul Partenone. Il perché l'aveva spiegato bene un poeta greco, Pantelis Boukalas: «Il Partenone è parte del patrimonio culturale dell'umanità non solo perché è bello, ma perché è un luminoso simbolo di democrazia. L'ultimo tentativo di umiliarlo è stata una richiesta della casa di moda Gucci di tenere una sfilata di moda sull'Acropoli, usandolo come sfondo. L'argomento a favore sarebbe che ciò promuoverebbe la libertà dell'espressione artistica e l'innovazione creativa. Questa artificiosa giustificazione non riesce a spiegare perché la libertà artistica dovrebbe passare attraverso la sottomissione di uno dei più grandi simboli dell'umanità a interessi commerciali. Il valore simbolico del Partenone è stato minacciato anche quando è stato recentemente chiuso al pubblico in occasione della visita del presidente americano Barack Obama, ma il danno sarebbe esponenzialmente più grande se il monumento fosse usato come fondale di un evento commerciale. L'argomento che esso beneficerebbe dell'enorme compenso o della pubblicità dell'evento è solo il travestimento di un cinismo abbietto». Ora Gucci ha vinto: giocando in casa, cioè a Firenze. E ha risparmiato 54 milioni: per due milioncini tondi la sfilata rifiutata da Atene si farà nelle sale della Galleria Palatina di Palazzo Pitti. Cioè nel museo più sputtanato d'Italia, tra addii al celibato di milionari, prestiti imposti dalla politica, mostre di stilisti. «Sputtanato»: questa è la parola giusta. Perché è chiaro che non si tratta di un progetto culturale, ma di prostituzione. Durante la conferenza stampa fiorentina il ceo di Gucci ha chiarito come stanno le cose, ironizzando in modo sciacallesco sul disastro della Grecia: «Evidentemente il bilancio greco è più solido di quello italiano...». Dunque, ecco come stanno le cose: prostituzione per povertà. E ci volevano un direttore tedesco e un consiglio scientifico muto come una sfinge per raggiungere questo mirabile risultato. Infine, l'immancabile benedizione del ministro Dario Franceschini: «anche la moda è parte del patrimonio culturale e della storia del nostro Paese dove il gusto, l'eleganza e l'educazione al bello fanno parte del nostro quotidiano. Il legame tra moda e arte è sempre stato molto stretto e ha spesso favorito occasioni di incontro suggestive e uniche. Come avviene oggi con un marchio prestigioso dello stile italiano che decide di investire in modo significativo su una grande istituzione culturale nel pieno rispetto della sua missione ... Ritengo molto positivo che queste due eccellenze, parti integranti della cultura e della creatività, stiano dialogando con sempre maggior coraggio». Ciascuna delle affermazioni di questo vaniloquio, semicolto e in malafede, si può smontare e rovesciare nel suo contrario. L'educazione al bello è sempre stata congiunta all'educazione al giusto: qua siamo di fronte a grandi multinazionali che usano i beni comuni come location per vendere meglio i loro prodotti. Proprio i luoghi che ci dovrebbero liberare dal dominio incondizionato del mercato vengono sottomessi ed umiliati. E non è vero che la moda fa parte del patrimonio culturale come i musei: sono cose del tutto diverse. E la principale differenza sta nel vaglio del tempo: la Galleria Palatina accoglie opere che hanno superato un giudizio plurisecolare. Che senso ha metterle sullo stesso piano dell'ultimo modello di Gucci? È una sorta di autoglorificazione del presente, che si arrampica sulle spalle del passato: autopromozione a buon mercato, attraverso un falso storico. E se a Pitti troviamo gli stessi abiti che popolano le vetrine delle strade che abbiamo percorso per raggiungere il museo, che cosa abbiamo fatto? In gioco non c'è la dignità dell'arte, ma la nostra capacità di cambiare il mondo. Il patrimonio culturale è una finestra attraverso la quale possiamo capire che è esistito un passato diverso, e che dunque sarà possibile anche un futuro diverso. Ma se lo trasformiamo nell'ennesimo specchio in cui far riflettere il nostro presente ridotto a un'unica dimensione, quella economica, abbiamo fatto ammalare la medicina, abbiamo avvelenato l'antidoto. E quale «dialogo» ci potrà mai essere tra i vestiti di Gucci e le pale d'altare di Andrea del Sarto, o le Madonne di Raffaello? La Grecia ha un bilancio messo peggio del nostro. Ma noi abbiamo perso la dignità, grazie ad una classe politica abissale e a un ceto di intellettuali servile fino al grottesco. E ora anche grazie al patrimonio culturale più sputtanato del mondo.
la Repubblica
5 Aprile 2017
Firenze prostituita
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Tomaso Montanari
la Repubblica
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Bene culturale
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