IL NOME Nefertiti sono tutti restii a farlo, ma che il sogno sia trovare la tomba della regina più bella d'Egitto lo si capisce anche solo guardando la locandina dell'evento organizzato ieri al Politecnico dove campeggia il suo celebre busto: «Si tratta di una ipotesi audace, ma non è l'unico obiettivo della nostra missione, né il principale », assicura Franco Porcelli, docente di Fisica dell'ateneo di corso Duca degli Abruzzi e responsabile del progetto che ha portato nella Valle dei Re otto italiani, tra ricercatori del Poli, dell'Università e della Geostudi Aster di Livorno: «Se la trovassimo sarebbe come vincere la lotteria, ma quello che vogliamo fare è più complesso e da quello non dipende il successo della spedizione». Che cosa vi farebbe dire di aver raggiunto l'obiettivo? «Noi abbiamo una grande responsabilità perché questa potrebbe essere l'ultima missione in cui si utilizza il georadar nella zona, i risultati della missione inglese del 2007 non sono stati quelli che si sperava. Ora la tecnologia per la mappatura geofisica è più efficace. Si tratta di nuove tecnologie che potrebbero avere un impatto importante sull'archeologia, se riuscissimo a trasferire queste competenze ai colleghi egiziani sarebbe un ottimo risultato. Però per farlo dobbiamo convincere, prima di tutto noi stessi, e poi gli archeologi che questa tecnologia può rivoluzionare il modo di fare gli scavi». Per quale motivo sarebbe rivoluzionario? «L'archeofisica è un filone nuovo anche per me, almeno fatto in prima persona, però potrebbe garantire una minore invasività. Permetterebbe di evitare l'approccio classico di scavo dell'archeologia. Quello che facciamo è raccogliere dati sulla struttura del terreno della zona archeologica, inviando stimoli elettrici e magnetici che ci dicono se ci sono pieni o vuoi e che dopo una elaborazione possono farci dire se siano opera umana o meno». Si sente una specie di Indiana Jones? «Sono un grande fan della saga, ma il nome di Indiana Jones non mi piace e non mi ci identifico perché è proprio il contrario del nostro modo di lavorare. Noi lavoriamo di squadra e facciamo qualcosa di molto diverso. Non potremo mai dire che in un determinato punto c'è la tomba di un faraone, ma solo che là sotto c'è qualcosa che potrebbe essere interessante per gli archeologi». Si è sempre occupato di archeologia? «È una passione che avevo fin da bambino, poi l'ho lasciata da parte, ma finendo in Egitto l'ho potuta coltivare. Sono stato per otto anni, fino al 2015, consigliere scientifico dell'ambasciata italiana in Egitto e da lì mi sono interessato al tema dei beni culturali e dell'attività archeologica, i nostri due Paesi sono superpotenze nell'ambito dei beni culturali». Quali sono le prospettive? «Fino ad ora dal punto di vista finanziario abbiamo chiesto poco al Politecnico, servono fondi e li stiamo cercando anche fuori. Uno dei miei obiettivi è coinvolgere anche il museo Egizio». Quando tornerà nella Valle dei Re? «La situazione politica dell'Egitto ha allungato i tempi dei permessi. Per avere l'ok ci vogliono tra i 4 e i 5 mesi, so che arriveranno entro breve e penso potremo ripartire a fine aprile. Poi faremo ancora un paio di spedizioni per la zona della tomba di Tutankhamon e invieremo le nostre conclusioni agli archeologi egiziani. Il progetto più ampio sulla Valle potrebbe durare anche tre anni».