Apprendiamo con sollievo le preoccupazioni del ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, per lo stress cui sono sottoposte le nostre piazze storiche, luoghi di alto valore artistico chiamati a «sopportare» milioni di turisti. «Questo afflusso - sottolinea il ministro - va "gestito"». Franceschini si affretta a chiarire che non pensa a un ticket ma a «regolatori di accesso». L'importante è che nessuno progetti poi di far rientrare da queste finestre (i «regolatori»), i ticket fatti uscire dalla porta. Ma ancora più importante è che ministro e governo riflettano sui dati diffusi a Cernobbio dal rapporto Confturismo Confcommercio: nel 2016 in Italia sono arrivati quasi 56 milioni di visitatori stranieri, cioè l'1 in più dell'anno prima e addirittura il 55 in più rispetto al 2001. Ma proprio il confronto col 2001 offre numeri illuminanti: un turista allora si fermava in Italia 4,1 giorni e spendeva in media 1034 euro. Ora resta 3,6 giorni e spende 661 euro (-36). Abbiamo coltivato un turismo predatore che non accoglie i visitatori, li impacchetta e li «deporta» costringendoli a quello che è diventato un furioso «petit tour». Non hanno neanche il tempo di godersele le nostre piazze, dove abbiamo imparato ad amare il bello e dove abbiamo voluto il meglio della nostra produzione artistica, orgogliosi della nostra comunità e pronti a mostrare questi gioielli a chiunque venisse a visitarci senza nessuna porta, barriera o intralcio. O tornello. Non possiamo trattare questi turisti come salmoni che cercano di «risalire» la nostra storia, disseminando il loro percorso di dighe. Forse, cercando di spostare lo sguardo, potremmo cominciare a smettere di trattarli come salmoni. C'è un'intero sistema economico che prospera su queste invasioni: agenzie turistiche, guide abusive improvvisate, lo scandalo dei pullman a uno o due piani, coperti o scoperti. Tutto questo vive di «orde» e le vuole esattamente così. E in tutti questi anni abbiamo plasmato le nostre città per accoglierli solo in questo modo. Per vendere loro paccottiglia di souvenir, molto più facile e redditizia da piazzare rispetto a un catalogo. Infatti le rivendite di ninnoli «made in chissà dove» proliferano indisturbate, per aprire un bookshop nei nostri musei serve un miracolo e le librerie chiudono. In compenso questo flusso ininterrotto di turisti ansimanti vengono nutriti da una peste di pizzerie al taglio e una flotta di camion bar, che dovremmo deciderci a scegliere come simbolo delle nostre strutture culturali visto che vi stazionano liberamente davanti. Di cosa ci lamentiamo, parlando di Fontana di Trevi e del Colosseo, se un programma di valorizzazione delle infinite alternative di cui disponiamo non è stato mai proposto? Se è stato osteggiato ogni tentativo di limitare lo spaccio di pizza, il proliferare selvaggio di tavoli per piazzare spaghetti industriali precotti. Se ogni forma di difesa di un tessuto artigianale è stata travolta dall'indifferenza mentre i bus a due piani possono fare quello che vogliono. Se di librerie non si può neanche più parlare. Ha ragione il ministro Franceschini. Le nostre piazze storiche vanno protette, anche da chi avrebbe dovuto proteggerle.