Quello che Luigi Bonanate affronta nel suo libro (monumentale e non solo per il numero di pagine) Dipinger guerre (Nino Aragno Editore, pagine 465, e 65) è un tema delicatissimo: è la guerra uno dei più efficaci detonatori dell'arte? Lo storico e critico dell'arte Lionello Venturi lo affermava chiaramente: «Alcuni tra i più brillanti periodi artistici si sono verificati durante i conflitti». Va detto subito: intere stagioni irripetibili come il Rinascimento (laddove le arti fiorirono perché si venne a creare una salda comunione tra artisti, governanti e comunità) mettono in dubbio questa tesi. Senza contare le distruzioni di opere e di edifici che le guerre hanno provocato da sempre. Però è innegabile che le battaglie di Paolo Uccello, le raffigurazioni di Napoleone da parte di Jacques-Louis David, le fucilazioni di Francisco Goya o Guernica di Pablo Picasso non avrebbero mai visto la luce senza le guerre. Bonanate (classe 1943, professore emerito dell'Università di Torino, già docente di Relazioni internazionali), in questo libro, che è frutto di anni e anni di lavoro, incrocia le teorie belliche e le opere d'arte, distinguendo opportunamente la pittura di genere da quella «impegnata», mossa, cioè, da un preciso programma politico. E isolando i casi (per esempio i Futuristi) in cui la guerra stessa diventa altro e si fa rumore, movimento, fascinazione per il progresso e per la tecnologia. Resta sottotraccia, tuttavia, una questione fondamentale: se l'arte figurativa oggi ha perso peso a vantaggio di mezzi più popolari e incisivi (il cinema e la serialità televisiva, per farla breve), come mai, tra i personaggi più influenti al mondo c'è un artista, Banksy, che mette i conflitti al centro della sua produzione? Forse il suo successo deve risuonare come un monito: troppo a lungo ostaggio del marketing e del mercato, l'arte contemporanea può e deve riprendersi uno spazio ripartendo dalla denuncia del conflitto. Perché oggi Dipinger guerre non vuole più dire immortalare i generali sul campo di battaglia e nemmeno documentare questa o quella strategia. Oggi significa capire che siamo tutti coinvolti in micro conflitti allargati, diffusi, orizzontali, pervasivi. E nel racconto più che l'artista è importante l'opera. Un'opera condivisa, libera nella sua fruizione, imprevedibile nella sua comparsa sui muri di tutto il mondo. Perché le guerre cambiano. Come l'arte.