TImage4663utti sanno che martedì 4 aprile comincia a Milano la design week, la grande festa di primavera che dà il via al Salone del Mobile. Forse pochi si sono accorti però che oggi è l'Italian Design Day, promosso dal Ministero degli Esteri e dalla Triennale di Milano che hanno mandato quasi cento critici, storici e designer in giro per il mondo come testimonial. Per la prima volta invece di esportare "prodotti" si è deciso di inviare "ambasciatori". Qual è la novità di quest'evento? Che si è ufficializzata l'idea che il termine design non coincide più solamente con la sterminata somma degli oggetti che entrano nelle nostre case, ma si identifica con una parola che oggi è entrata nel lessico corrente non solo dell'estetica, ma anche dell'industria e della politica: narrazione. La narrazione o lo storytelling come si usa dire nella cultura del web è un modo di descrivere e comunicare in maniera efficace e pervasiva quello sfuggente e complesso sistema di valori, di credenze, di aspirazioni e anche di "finzioni" che avvolgono come una nuvola il sistema del design: i suoi protagonisti, i territori e le culture entro cui si sviluppano e crescono le filiere produttive del made in Italy, i riti e i miti mutevoli della società, insomma tutto quel complesso di relazioni che solo in parte corrispondono alla realtà fisica, perché appartengono a quello che l'Unesco nel 2003 ha dichiarato "patrimonio intangibile" e "immateriale". La narrazione viene così adoperata per costruire identità: un metodo usato con successo dalla pubblicità ma in questo caso aperto e non diretto a senso unico, perché la sua efficacia si misura sulla capacità di suscitare emozioni e di sollecitare esperienze secondo un programma di cui ognuno di noi sente in qualche modo di far parte. Le settimane del design a Londra, a Hong Kong, a Milano sono ormai eventi globali che muovono folle di persone, stimolano comportamenti di partecipazione, creano il senso di appartenenza a tribù di persone che non si sentono più solo utenti ma quasi protagonisti. Tra le tante forme di pratiche progettuali, il design è stato infatti il più pronto a recepire le possibilità offerte dalle nuove tecnologie immateriali e dalla cultura dei social, prestandosi a ingegnose configurazioni di app (da Airbnb al car sharing, alla condivisione della spesa) che facilitano la creazione di comunità, come nel caso dei musei della memoria, dove i ricordi personali dei membri di una comunità locale possono costruire assieme la propria storia, senza aspettare che questa venga scritta dagli storici di professione. Così alle Gallerie di Piedicastello di Trento, un tunnel abbandonato ospita luci, suoni e proiezioni per raccontare il dramma della Grande Guerra visto da chi l'ha combattuta e sofferta. O anche lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington e l'installazione Expedition Titanic ad Amburgo dove il racconto della storia coincide con un'esperienza in presa diretta del visitatore attraverso la performance in un ambiente fortemente caratterizzato. La rete del design mette in sinergia tutte le attrattive di una città o di un territorio, trasforma la visita a una mostra o un museo in un'esperienza totale, dove il singolo evento entra a far parte di un racconto più generale, che trasforma il turismo tradizionale in un'immersione sensoriale che abbina il contatto con l'arte all'esperienza del cibo, dello shopping, del divertimento. A Vigevano, ad esempio, per restituire alla vita il gioiello rinascimentale del castello visconteo restaurato ma scarsamente utilizzato, gli architetti Migliore e Servetto hanno convinto l'amministrazione a trasformarlo in un "museo impossibile" dedicato a Leonardo che vi si recò spesso quando era alla corte del Moro. L'installazione si chiama "Leonardiana" ed è di fatto un museo virtuale che si svolge dentro un luogo reale, grazie a un percorso espositivo che sfrutta mutimedialità, sistemi interattivi, grafica, tecnologie di realtà aumentata e stampe ad alta definizione. Si racconta Leonardo in un luogo da lui molto amato, senza che ci sia nessuna sua opera, ma facendo "parlare" i suoi disegni, i suoi progetti, i suoi quadri per raccontare il mondo del Rinascimento. Si possono "sfogliare" le pagine di codici preziosi e inaccessibili, ingrandire particolari che rivelano episodi inediti, comparare su una stessa parete tutti i quadri dipinti da Leonardo come in una galleria. In quest'ultimo decennio si è così radicalizzata l'ultima trasformazione del design che si è svincolato dall'eredità industriale delle origini per farsi processo, organizzazione, presentazione, valorizzazione. Si sono aperti dunque scenari operativi, che hanno dato luogo a loro volta a nuove professionalità capaci di mettere assieme un approccio umanistico alla società e una forte specializzazione tecnica basata sulla manipolazione dei new media. Il web è stato l'incubatore di questo processo i cui principi sono stati descritti e teorizzati dal Meta-LAB (at) Harvard nel cosiddetto manifesto delle "Digital Humanities". Proprio nel campo dei beni culturali e del patrimonio immateriale, infatti, il design si è costruito un ruolo di agente di valorizzazione, generando una serie di proposte e di servizi che hanno trovato applicazione nel cosiddetto smart heritage: dalla musealizzazione diffusa, alla trasformazione di città e territori in luoghi di cultura attraverso la promozione di nuove strategie che implicano un forte uso delle nuove tecnologie. Nell'Italia del dopoguerra, Franco Albini trasforma la visita al museo in un nuovo tipo di approccio all'arte, applicando i criteri del design industriale all'illuminazione, all'arredamento, al disegno dei supporti dei quadri e alle sculture. Fece scuola nel mondo segnando un punto e a capo nella museografia. Oggi, in maniera sperimentale, musei, biblioteche, archivi stanno conoscendo una stagione di trasformazione sotto le spinte del design immateriale sperimentando nuovi approcci alla conservazione basati non sulla limitazione ma sulla moltiplicazione degli accessi, modelli partecipativi di produzione dei contenuti, ricerca, e curatela e mezzi per vivificare e promuovere modalità attive o sperimentali nell'approccio al passato e al presente. Nel secolo scorso, André Malraux lanciò la visione del "museo senza muri" che coglieva le potenzialità dei mezzi di stampa nella diffusione mondiale delle opere d'arte, trasferibili dal museo a casa propria. Tre anni fa il Rijksmuseum di Amsterdam ha riaperto con un nuovo allestimento in cui schermi digitali affiancano i capolavori del museo, consentendo al pubblico approfondimenti e connessioni che allargano la partecipazione e arricchiscono la sua esperienza di visitatore consapevole. Anzi, oggi il primo accesso a un museo non avviene fisicamente ma virtualmente: attraverso il web, che il design ha reso allo stesso tempo facile da usare e complesso da indagare. Lo stesso ha fatto l'anno scorso il Cooper Hewitt di New York, che da dimora storica sede di collezioni di design e artigianato è diventato una scatola magica dove all'ingresso non danno un biglietto ma una "chiavetta" su cui memorizzare le proprie opere preferite e rivederle in un secondo momento collegandosi al sito del museo anche da casa. La conoscenza si costruisce attraverso l'esperienza e questa implica coinvolgimento e interattività: il design si applica dunque a costruire questi strumenti di interfaccia e renderli sempre di più protesi dei nostri sensi. Così, ad esempio, se si scarica a Londra la app Street Museum si può camminare evocando la storia dei luoghi che si attraversano: sullo smartphone appaiono foto vintage, progetti in corso di realizzazione, notizie di storia sociale legate ai luoghi, che di fatto fanno di tutta la città un'esperienza museale. Più di un secolo fa il grande poeta francese Paul Valéry aveva preconizzato l'"ubiquità di immagini visive e auditive che appariranno o scompariranno al minimo gesto, quasi a un cenno". Una profezia realizzata dal Google Art Project con il museo a portata di mouse: ogni immagine evocabile con un semplice clic.