È bastato poco perché in tanti si chiedessero: "Ma come, proprio lui che la Tap l'ha voluta?". La domanda l'abbiamo girata al presidente Vendola. "Proprio io, esatto. Il perché non lo dico io, ma è scritto nelle carte: a questo progetto noi abbiamo sempre detto no". Partiamo del principio. Quando ha sentito parlare per la prima volta del progetto Tap? "Siamo nel 2006. La cosa che oggi trovo più odiosa è che si classifichi la protesta della popolazione salentina contro Tap come se si trattasse di un'insorgenza periferica della cosiddetta "sindrome di Nimby" (ovvero: non nel mio cortile!). La Puglia non può essere rappresentata come la terra del rifiuto della modernità o che insegue l'idillio bucolico. La Puglia conosce, frequenta e sperimenta la modernità. E abbiamo cominciato a farlo proprio in quel 2006, quando la risposta che abbiamo detto più spesso, in tema di futuro, è stata sì". Sì alla Tap appunto. "Sì alle energie alternative. Sì all'eolico, sì al fotovoltaico, il nostro unico no di principio è stato sul nucleare, e nel 2006 la Puglia era a rischio visto che si parlava di report dell'Enea che indicavano la nostra regione come potenziale sede. Abbiamo detto no ai rigassificatori perché pensare a un conglomerato classificato come a rischio "di incidente rilevante" era un ulteriore e inaccettabile sfregio a un territorio che già tanto aveva pagato nel corso degli annni. E per venire alla domanda: sì, eravamo disponibili anche ai gasdotti. Ma la localizzazione di Melendugno l'abbiamo sempre ritenuta irricevibile". Ma è sempre stata la sola. "Questo dovete chiederlo al governo. Ci è stato chiesto: siete disponibili ai gasdotti? E noi lo eravamo, perchè sarebbe stato folle non esserlo. Ma davanti le mie giunte hanno messo sempre due paletti, come premessa: la validazione tecnico-scientifica delle opere che vengono proposte e la validazione democratica. La validazione del consenso. Su Tap noi abbiamo avuto un progetto preliminare e poi". Poi? "Poi non ci hanno dato più la possibilità di esprimerci. O peggio ci ascoltavamo ma i nostri pareri non contavano nulla. Hanno cambiato persino le leggi per togliere alla Regioni ogni possibilità di dire la propria. L'elenco dei pareri negativi è lunghissimo". Anche quelli positivi. "In realtà l'unico e solo yes man è stato il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, quello che avrebbe dovuto difendere più il territorio. Ha espresso parere negativo il ministero dei Beni culturali. Noi abbiamo detto no. Il più grande esproprio che Governo e Tap stanno facendo è di tipo democratico. I loro sono solo atti di autorità con sullo sfondo opacità da pelle d'oca, come quelle che si intuiscono leggendo l'inchiesta dell'Espresso". Perché non a San Foca? "Perché la vocazione di quel territorio è un'altra". Dove allora? Perché non avete proposto alternative in questi dieci anni? "Perché non toccava a noi fare una proposta alternativa. Ma è possibile che una multinazionale, che investe 45 miliardi di euro, presenti un solo sbocco al suo progetto?". Che risposte si è dato? "Questa cosa non l'ho mai capita. E' un mistero. Anche perché la rete Snam a cui si deve collegare il tubo si trova a Mesagne, devono attraversare 65 chilometri di territorio naturale: in quel tracciato ci possono essere migliaia di problemi. E'strano, così strano". Fa bene Emiliano, quindi, a cavalcare la protesta? "La protesta è giusta: c'è una comunità che si sente minacciata. Tante volte il Sud ha bevuto la cicuta nel nome dello sviluppo. Ora sta imparando a ribellarsi a quello che appare una violenza, un atto di arroganza. La Regione fa bene quindi a cercare le vie legali e politiche per riaprire la questione. E quello schieramento di polizia contro le fasce tricolori è così brutto. La fotografia della Puglia sono quei bambini che cantano l'inno per bloccare le ruspe: fermezza, fantasia. Futuro".