L'INTERVENTO Il Fai e le Assicurazioni Generali, quelle che per distintivo hanno il leone di San Marco; il Fai e il Fontego dei Tedeschi che per il momento è Dfs, ovvero venditore di "prodotti di alta qualità per viaggiatori internazionali". Si tratta di due episodi emblematici nella Venezia del secondo decennio del XXI secolo. Emblematici in quanto vi si vedono all'opera alcuni profanatori di edifici storici, indiziati di forte partecipazione al Grande Delitto Culturale di rito veneziano. Un crimine cui concorrono in molti, e tuttavia il crimine si fa più inquietante quando è l'esito di inconsapevolezza, che diviene insopportabile insipienza in chi nulla sa delle "cose" di cui è diventato improprio proprietario. Cacofonia che, nel caso, è più che giustificata. Il Fai, che da anni conduce una magnifica "macchina" per una integrale tutela e corretta gestione di beni culturali e paesaggistici, si era reso benemerito nel 2011 con il recupero e "la riconsacrazione" del Negozio Olivetti, capolavoro di Carlo Scarpa, orrendamente umiliato dalle insipienti Generali che lo dettero in affitto per essere punto vendita di chincaglieria turistica a Piazza San Marco. Un disgusto che, per la verità, pose le Generali in anticipo sui tempi, dato che ora, tra la Piazza e le Mercerie, si va di male in peggio ogni giorno. Sul genere, vetrine che neanche in periferia di così villane e noiose (ovunque borse strazianti, maschere anche a ferragosto e gelati dai colori surreali). In occasione delle giornate Fai di primavera, le Generali, nel tentativo di entrare "nel giro della cultura", hanno aperto al pubblico il secondo piano di Palazzo Morosini in campo Santo Stefano. Sconcerto e raccapriccio per chi si è lasciato andare ad una visita che, grazie al Fai,ha reso pubblico l'imbarazzante sconcio compiuto soprattutto in quella che un tempo, forse, si chiamò Sala Rossa, lì dove probabilmente Francesco Morosini raccolse opere d'arte, cimeli guerreschi e peloponnesiaci. In antico, in più di un palazzo veneziano, si usò arricchire la sommità delle pareti di alcune stanze dando loro il ruolo di Sancta sanctorum di imprese artistiche volute per illustrare, nello splendore, la magnificenza dei proprietari. Ed è nella Sala nota come Sala Rossa che i Morosini di campo Santo Stefano alzarono un fregio composto da una serie di dipinti estremamente interessanti, di sicuro ancora inediti in quanto non rientrati fino ad ora negli interessi di approfonditi studi storico-artistici. I dipinti in questione sembrano "cose" create tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento, e dire questo è già un azzardo, non essendoci, pare, pubblicazioni in merito. Attribuzioni? Alcune sembrano opere d'ambito veneziano (bottega di Palma il Giovane? O di chi altri?), per le rimanenti si potrebbero forse cogliere ascendenze emiliane o veronesi o prossime ad un classicismo post-caravaggesco? Chissà. Non c'è dubbio però che si è di fronte ad un ciclo importante, in cui per più di un'opera l'artista o gli artisti si ispirarono alle Metamorfosi di Ovidio. Ebbene, qual è il crimine compiuto? Sul soffitto della Sala, quasi ad accecare il sottostante fregio dei dipinti, sono stati grossolanamente appiccicati lunghi tubi (al neon sembrerebbe) dalla luce inaccettabile. Lunghi tubi come forse non venivano usati nemmeno per officine e garage nei difficili anni Cinquanta. Per carità di patria, tralasciamo di rivolgerci per un'imbarazzante spiegazione alle locali Soprintendenze del Ministero guidato da Dario Franceschini. Ma c'è di che riflettere per davvero su quanto è avvenuto, avviene e avverrà nell'impressionante e dilagante affare dell'albergheria turistica, che è lo strumento principe del Grande Delitto Culturale in corso a Venezia mediante lo snaturamento di tanti palazzi storici: Hotel dall'incerto lusso. Tra l'altro,tutto ciò alla faccia dell'Unesco e dei suoi patrimoni dell'umanità. Nel resto delle sale del fu Morosini ci sono, oltre al grande affresco di Jacopo Guarana, ornati di Giuseppe Borsato e un fregio con figurine forse attribuibili al giovane Hayez e stucchi e decorazioni tra il tardo barocco e il neoclassicismo. Ma che dire delle sale arrangiate con bric-à-brac da interior design per "promotion" disordinate, con poltrone, tavoli, quadri, buttati lì a casaccio, cioè sfalsati o giustapposti senza senso alcuno con il contesto culturale preesistente.E l'effetto è quello di un brutto addirittura peggiore del brutto dei cosiddetti "salotti buoni" del generone romano o del brutto delle tavernette, che fanno tanto "villa" tra un paesone e l'altro dalle nostre parti. In breve, con l'arredo non si esce mai dal guazzabuglio e dal ridicolo. Di qui un rassicurante dubbio: può darsi che il Fai, nel partecipare all'apertura al pubblico di Palazzo Morosini,abbia inteso farci avvicinare al brutto per una sorta di didattica punitiva. Insomma, alla ricerca di una redenzione sulla dura "via di Damasco" per chi desidera approdare al bello nonostante il brutto, che poi è la vera grande missione del Fai.Del perché dell'accostamento Fontego dei Tedeschi e Fai si dirà più sotto, ma ciò che conta è che, da meno di un anno, il secolare edificio è stato maltrattato per accogliere un fasto da duty free dove, recuperando vecchie e immortali cattiverie di Arbasino, "non si capisce bene dove finisce il prezioso e dove comincia il cencioso". Resta indimenticabile un intervento di Mario Piana pubblicato dalla "Nuova Venezia" nel 2012,a proposito del progetto di ristrutturazione e "restauro" del Fontego. Alcune delle preoccupazioni di Piana: "La demolizione di un'intera falda del tetto per ricavare una terrazza affacciata sul Canal Grande... accompagnata dall'innalzamento di qualche metro del tetto centrale in metallo e vetro di fattura ottocentesca... la collocazione di scale mobili... che violerebbero, stravolgendoli, spazialità e valori formali della straordinaria architettura". Per chi conosce i magistrali restauri compiuti nel corso degli anni da Mario Piana, può bene intendere il significato della seguente sensibilità pianesca nei riguardi di ciò che non dovrebbe andar perduto nel Fontego, duty free per carovane di cinesi imbarcate al Tronchetto: "I bancali lapidei colmi di graffiti: nomi, sigle, segni distintivi di mercature, simboli religiosi, scacchiere per il gioco, eccetera, incisi nel corso dei secoli dai mercanti tedeschi". Già, i graffiti sui bancali, ossia sui parapetti che si affacciano sullo sconvolto cortile interno, ma che sono diventati, i bancali, delle bancarelle per merci varie sotto cui è assai difficile scorgere i venerabili graffiti. È vero, lungo la sua plurisecolare storia il Fontego ha conosciuto diversi utilizzi e trasformazioni, ma ciò che era sopravvissuto consentì al grande storico dell'architettura Manfredo Tafuri di riconoscervi ancora "il suo cortile vagamente all'antica e l'arcaica tonalità vitruviana della sua disposizione". Che è precisamente quello che è andato distrutto per sempre. Ma perché il Fai? Il Fai per le prossime giornate di primavera potrebbe inserirsi nel duty free ex Fontego per portarvi dei visitatori consapevoli allo scopo di vedere i graffiti di cui sopra,con in più la visita allo splendido affresco dipinto nel 1959 da Giuseppe Santomaso sulla parete dell'ufficio dell'allora direttore delle Poste, che lì ebbero la loro sede. L'affresco, dai colori caldi e dall'impianto spazialistico-astratto con accenni agli strumenti delle moderne comunicazioni, si trova in un negozio del secondo piano. A futura memoria di una committenza pubblica tutta da elogiare. Ciò che seppe fare in bene nel Fontego un direttore delle Poste di sicuro non convenzionale, non è riuscito nemmeno lontanamente a proprietari miliardari e ad archistar. P.S. Si è letto sulla "Nuova Venezia" di futuri progetti per il recupero e il restauro filologico dei Giardini Reali che le Assicurazioni Generali vorrebbero realizzare. Ci auguriamo sia così, nella speranza anche di una meticolosa opera di sorveglianza da parte della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio.