NEL RECENTE articolo di Amedeo Lepore sul recupero dei centri storici e, soprattutto, nell'appello che autorevoli intellettuali napoletani hanno firmato per il restauro di quello di Napoli, si individua nella "fiscalità di vantaggio" lo strumento pubblico maggiormente efficace. La fiducia in questo strumento è tale che i firmatari dell'appello chiedono di rafforzare quello esistente con una fiscalità di "maggior vantaggio". Si è certi che così operando si attivi celermente un notevole afflusso di capitali. La condivisione dell'obiettivo e la preoccupazione di dover assistere a una ulteriore disillusione da cittadino napoletano, mi inducono a una riflessione pubblica sulla reale possibile efficacia di questo strumento, se non accompagnato da altri, alcuni dei quali già positivamente sperimentati, ad esempio, con l'ausilio della società Sirena. Come è noto, la "fiscalità di vantaggio" consiste nella riduzione dell'onere impositivo (attraverso forme tributarie, le più varie) con il fine di agevolare e quindi incentivare la localizzazione di attività economiche produttive in un determinato territorio. Si cita spesso e impropriamente l'Irlanda, che avendo assunto aliquote sui profitti molto più basse rispetto alla media delle nazioni appartenenti all'Unione europea, ha attirato consistenti investimenti manifatturieri stranieri. Il riferimento è improprio, perché in questo caso è lecito richiamarsi alla "concorrenza fiscale", tanto cara ai desiderosi di federalismo. In altre parole, in questo ultimo caso, i derisori pubblici di ciascuna autonoma giurisdizione decidono la propria pressione fiscale e tra gli effetti che essa potrà produrre vi sarà quella, eventuale, di attrazione di capitali. LA "fiscalità di vantaggio" consiste, invece, nel fatto che un unico decisore pubblico, di livello gerarchico istituzionale superiore, differenzia il peso della fiscalità tra diverse giurisdizioni, al fine di favorirne alcune rispetto ad altre. È nota l'ostilità di Bruxelles ad «aiuti di Stato che distorcano la concorrenza». Non intendo discutere del principio di "neutralità", anche perché lo considero politicamente "non neutro", quanto dell'efficacia dello strumento in questione. Lo strumento della "fiscalità di vantaggio" è stato abbondantemente utilizzato, al fine di perseguire lo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia. L'intervento straordinario ha utilizzato contributi a fondo perduto e agevolati, fiscalizzazione degli oneri sociali, detassazione degli utili di impresa, ammortamenti accelerati e quanto di più la "creatività fiscale" del tempo ha consentito. La giustificazione teorica è evidente: l'assenza di capitali e di conoscenza di prodotti e processi adeguati alla evoluzione diffusa nelle imprese e nei mercati, non consentono la nascita di imprese locali dinamiche e, pertanto, si spingono quelle esterne a trasferirsi, soprattutto per via della spinta dei mercati alla crescita dimensionale. La domanda dei beni prodotti dalle imprese trasferite esiste e si colloca territorialmente altrove. La domanda locale, se consideriamo solo la politica degli incentivi, si incrementa per via dei salari generati dalla nuova occupazione. I giudizi sintetici sono sempre e inevitabilmente ingenerosi e contengono qualche errore. È con questa consapevolezza che esprimo il parere, tra l'altro ampiamente condiviso, di sostanziale insuccesso. La ragione principale è che l'incentivo fiscale pesa meno di quanto si possa pensare. Pesa in un confronto tra aree che risultano avere sostanziale parità nelle altre condizioni che influenzano l'attività economica (infrastrutture, legalità, qualità della vita). Rispetto all'impianto descritto, discutibile nei risultati ma almeno coerente nel disegno, nel caso del restauro del centro storico di Napoli, la "fiscalità di vantaggio" appare, anche sul piano teorico, non pienamente giustificabile. In questo caso, il soggetto che deve inizialmente essere incentivato, affinchè si innesti il meccanismo virtuoso del moltiplicatore della spesa citato nell'appello su richiamato, non è quello che gestisce la produzione (l'impresa), quanto quello che genera la domanda di restauro (il proprietario dell'immobile). Tenuto conto del reddito medio guadagnato dai residenti del centro storico, è ammissibile ritenere chele agevolazioni erariali (detrazione dall'imposta sul reddito, minore aliquota Iva, riduzione dell'Ici) siano sufficienti a far loro assumere decisioni di spesa straordinaria e ad anticiparla per intero (o indebitarsi con le banche), in attesa di parziali rimborsi? Come l'esperienza di Sirena insegna, anche a parità di onere finanziario per lo Stato, il contributo all'investimento appare più efficace, proprio perché riduce la necessità di autonoma immediata liquidità da parte del proprietario che necessita della ristrutturazione del proprio immobile. Una volta generata la domanda, la "fiscalità di vantaggio" alle imprese ha come scopo principale l'incentivo alla emersione. La presenza di una agenzia (anche questo si è sperimentato con Sirena) che valuta la tecnica del restauro e la congruità dei costi riduce, se non addirittura annulla, quelle che in gergo economico sono chiamate le asimmetrie informative tra proprietario e impresa e che potrebbero, esistendo, tendere a neutralizzare l'effetto dell'incentivo. Affinchè questo tipo di intervento risulti efficace, non dobbiamo tralasciare le altre "condizioni" che influenzano la conservazione e la rigenerazione del nostro centro storico. Considerando solo gli interventi edili, penso a una diversa destinazione dei "bassi" utilizzati come abitazioni; alla ristrutturazione celere della proprietà pubblica inserendovi funzioni socialmente vitalizzanti e magari tali da ridurre quella "rabbia" dei più emarginati abitanti del centro storico e che se continua a vivere e a esprimersi nelle forme che conosciamo, non può che neutralizzare qualsiasi incentivo finanziario volto alla conservazione e valorizzazione di quest'area urbana, patrimonio dell'umanità.
NAPOLI: Centro storico senza fiscalità di vantaggio
L'autore sostiene che la "fiscalità di vantaggio" non è un efficace strumento per incentivare lo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia. Secondo lui, l'incentivo fiscale pesa meno di quanto si possa pensare e non è sufficiente a far assumere decisioni di spesa straordinaria ai proprietari degli immobili. L'autore propone l'uso di un'agenzia che valuti la tecnica del restauro e la congruità dei costi per ridurre le asimmetrie informative tra proprietario e impresa.
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