Qualche settimana fa questo giornale si è occupato di un mondezzaio situato in uno dei posti più intimi e sacri di Roma: uno stretto passaggio tra il ghetto, il teatro di Marcello e piazza Campitelli sede dell'assessorato alla Cultura - davvero uno scrigno che andrebbe tenuto immacolato come un altare. Per qualche settimana quel varco è stato ripulito e nessuno vi ha buttato più niente, a riprova che se un ruolo ancora svolgono i giornali è quello di fungere da specchio a ciò che una collettività fa o è. Ma passato un po' di tempo, cartacce, bottiglie, buste piene di schifezze, persino un rottame di bicicletta, hanno iniziato a ingombrare il varco così stretto che gioco forza chi ci passa è costretto a respirarne gli effluvi. E da qualche giorno sono ricomparse capienti buste nere. Insomma, le coscienze che per qualche tempo si sono specchiate in un ritratto per nulla edificante, poco alla volta sono tornate al loro opaco torpore e alle loro torbide abitudini, senza alibi di sorta. Qui, infatti, non si può tirare in ballo le inefficienze dell'Ama, la raccolta differenziata che non si fa o i termovalorizzatori che non ci sono. Basterebbe prendersi il disturbo di cercare il cestino più vicino o un bidone della spazzatura. E invece no, si butta tutto in quell'angolo che ha la sventura di essere al riparo da occhi indiscreti, assecondando così una pavida, inveterata e a questo punto irreversibile propensione a insudiciare tutto, non solo la bellezza di questa città, ma anche se stessi.