Decaduto dal 2011 e finora sostituito da diversi commissari, è stato rinominato ieri il Consiglio del Parco della Valle dei Templi. La composizione rappresentativa degli interessi degli attori istituzionali, e non, presenti nel territorio (sindaco, presidente camera di commercio, presidente della provincia, soprintendente, docenti universitari, esperti ecc.) stabilita dalla Legge Granata che istituì il parco nel 2000, già ridotta con la Finanziaria del 2015 a 5 membri, è stata ulteriormente contratta da quella del 2016 a soli tre. Lo richiede il contenimento della spesa, che ha obbligato a un drastico ridimensionamento del numero di tutti i comitati e consigli di organismi pubblici. Per cui, ad Agrigento, oltre al soprintendente e un «esperto» (nominato però tra gli stessi dirigenti regionali, Sergio Alessandro, a capo del servizio Valorizzazione del Dipartimento Beni culturali e Identità siciliana) la nomina del presidente è caduta proprio sull'ex commissario Bernardo Campo, che non proviene dai ranghi dell'Assessorato Beni culturali e Identità siciliana, come previsto dalla legge 202000, ma dal dipartimento delle Autonomie Locali. Né si tratta di «un dirigente almeno di seconda fascia», come stabilisce sempre la legge. Ai lavori del parco, inoltre, partecipano, ma senza più voto consultivo, il suo direttore e il sindaco di Agrigento. Tra direttore e Consiglio nemmeno un archeologo in un parco archeologico: anche la soprintendente è uno storico dell'arte, ma al prossimo valzer di nomine potrebbe essere pure un architetto, come peraltro lo è l'«esperto» Alessandro. Tutt'altro che una «specialità» siciliana, se si pensa che uno dei più importanti parchi archeologici d'Italia, quello del Colosseo è diretto proprio da un architetto. E dato che al Museo archeologico di Reggio Calabria c'è un altro «super» architetto, il concorso internazionale per intercettare il nuovo direttore del Parco romano non è una garanzia che stavolta si scelga lo specialista giusto. Per le nomine alla Valle dei Templi non si sono fatte attendere le proteste del sindaco, dello stesso Fabio Granata e di Legambiente, che le hanno definite «politiche» (già due anni fa noi ci interrogavamo se l'«autonomia» del Parco dovesse intendersi anche come indipendenza dalla politica). Per Legambiente, inoltre, è stato tradito lo spirito con cui il legislatore aveva concepito quest'organo: «luogo di confronto fra gli attori locali e di definizione della strategia di governo del Parco, spiega Legambiente, a partire dalla sintesi fra una serie di istanze fra loro eterogenee, da mettere in sintonia e sinergia. In funzione di questa esigenza il Consiglio doveva assicurare governo, competenza e rappresentatività. Queste tre condizioni erano assicurate dalla presenza di esperti nelle diverse discipline coinvolte nel governo del patrimonio del Parco (archeologia, paesaggio, geologia, economia, agronomia), dalla presenza dei dirigenti regionali (il presidente e il direttore del parco, nonché il soprintendente), dalla presenza dei rappresentanti degli enti locali (sindaco, presidente camera di commercio, presidente della provincia). Con la nuova normativa è evidente che tutto questo viene meno». Il nuovo Consiglio, inoltre, non sembra la migliore garanzia di bilanciamento al potere del direttore, contro un'interpretazione dell'autonomia in senso autoreferenziale. Un'esigenza che traspare anche dal Decreto ministeriale 23 dicembre 2014 («Decreto musei»), che assegna analoga autonomia «speciale» ai (primi) venti musei italiani. Per i quali, infatti, viene introdotto un sistema di limitazioni, interne ed esterne, dei poteri del direttore. Da una parte affiancandogli Cda, Comitato scientifico e Collegio dei revisori dei conti, dall'altra con la prescrizione per questi musei di agire «in coerenza con le direttive e altri atti di indirizzo del Ministero» (art. 11) e sottoponendoli alla vigilanza della Direzione generale Musei che ne approva i bilanci e i conti consuntivi (art. 14). Sembra, invece, che sia stato archiviato l'emendamento al Bilancio da approvare entro il prossimo aprile che modificava la Legge 20, introducendo, sulla falsariga statale, l'intercettazione di un nuovo «superdirettore» tramite concorso internazionale, con tutti i limiti dell'operazione di cui abbiamo detto (cfr. n. 373, mar. '17, p. 8). L'emendamento presentava, però, un passaggio interessante sul fronte del riparto delle entrate. Per comprenderlo, possiamo riprendere ancora il confronto col nuovo Parco archeologico del Colosseo. Dotato pure di autonomia gestionale e finanziaria come il parco agrigentino, versa il 30 degli introiti dei biglietti alla Soprintendenza archeologica speciale, dotata della stessa autonomia, per la tutela delle altre aree archeologiche, e un 20 al Fondo di solidarietà istituito dal Mibact in favore di tutti i musei statali. Alla soprintendenza di Agrigento, invece, non essendo dotata (come tutte quelle siciliane) di autonomia, non arriva un soldo per gli altri siti. Una precedente legge regionale aggirava l'ostacolo, destinando il 30 derivante dai biglietti d'ingresso e dai servizi a pagamento del parco ai Comuni, vincolati a reinvestirlo per il patrimonio, cosa, però, che di fatto non sempre avveniva. La Legge di stabilità del 2016 ha, invece, disposto che il 10, che doveva andare alla Regione, sia destinato in favore del Palacongressi di Agrigento, affidato dall'anno scorso allo stesso parco. È assente, dunque, un principio di parificazione delle risorse come quello previsto dalla riforma Franceschini. Vi rimediava, appunto, l'emendamento di cui sopra, che stabiliva che i parchi archeologici dotati di autonomia finanziaria avrebbero dovuto versare una percentuale delle entrate nel Bilancio regionale in favore di tutti gli altri parchi archeologici che non presentano i medesimi requisiti. Ma, con la proposta del «concorsone» si è buttato via anche questo sano principio di perequazione.
Il Giornale dell'Arte
30 Marzo 2017
AGRIGENTO-Dopo sei anni il Parco della Valle dei Templi ha un nuovo Consiglio
SI
Silvia Mazza
Il Giornale dell'Arte
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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