Rylands (Guggenheim di Venezia): sostengo la direttrice, ma questi orari fanno comodo solo ai dipendenti «Io appoggerò sempre il lavoro della brava Paola D'Agostino. Ma di fronte agli orari di apertura come quelli del Bargello, roba da anni '70, non si può che restare allibiti». Il direttore della Collezione Guggenheim di Venezia, Philip Rylands , non vuole parlare di «scandalo» e non vuole che i suoi strali siano diretti alla direttrice del Bargello. Ma conferma comunque la «grandissima delusione» per aver trovato il museo, «un'eccellenza mondiale per le statue», con gli orari da «ufficio ministeriale. Persino il cartello con gli orari disorientava», tra chiusure anticipate e domeniche di chiusura a turno. Tutto questo è successo, come riportato dal Corriere Fiorentino , venerdì scorso. Prima di partecipare ad un convegno alla fondazione Marino Marini, Rylands voleva visitare il Bargello assieme ad una collega, una docente d'arte: si è presentato all'ingresso ed ha scoperto che stava per chiudere. Erano passate da poco le 13. «Non voglio sembrare minimamente contrario al pubblico: so che il ministro Dario Franceschini sta facendo di tutto per migliorare la situazione». Ma è inutile aprire il museo «alle 8,15 e chiuderlo alle 14. Tutto si spezza se si parte con un orario ostile: pare più adatto alla comodità dei dipendenti che del visitatori. Pensavo che tempi ed orari "ministeriali", come il museo fosse un ufficio, fossero del passato». E dire che «già dagli anni '80 è cambiato il paradigma: il museo deve avere come priorità quella di attirare i visitatori, oltre all'attività scientifica e di studio». Un approccio che «crea un circolo virtuoso: più visitatori, più biglietti, più risorse per manutenzione, migliori musei. E più visitatori». Certo, ci sono musei che non avranno mai la possibilità di autofinanziarsi: «Anche il Bargello ha una enorme concorrenza a Firenze, nonostante la straordinaria eccellenza della sua collezione. La sovvenzione di parte pubblica è ampiamente giustificata per molte realtà, sia perché sono patrimonio culturale di proprietà dello Stato, sia come incentivo del buon turismo». Ma un altro museo è possibile, con un approccio privato, insiste Rylands: come fanno appunto al Guggenheim. «Biglietti, shop, donazioni, sponsorizzazioni, eventi e soci: così ci finanziamo». Anche se Rylands ammette: «Siamo a Venezia, una delle città turistiche italiane per eccellenza», con una massa critica di visitatori che possono trainare anche altre esperienze. E comunque «il museo non è un'azienda». Ma si può fare di più. «Inaccettabili questi orari». Lo dice anche un altro direttore di un polo pubblico, la Pinacoteca di Brera, James Bradburne, in passato direttore della Fondazione Palazzo Strozzi che ha potuto «volare» proprio grazie al rapporto pubblico-privato (anche grazie al sostegno dell'Associazione Partners di Palazzo Strozzi, privata, che finanzia la fondazione). «Con Strozzi guidavo una Ferrari a 160 kmh: ora guido una Topolino ma devo andare alla stessa velocità» confessa. Il problema è che la riforma dei poli museali «è stata una riforma a metà: ottima per la parte finanziaria e organizzativa, incompleta sulle risorse umane. La vicenda del Bargello? «Rylands ha ragione» commenta Bradburne ma «è un problema che viviamo tutti, anche noi a Brera. Sul fronte del personale, siamo limitati». Quindi? «Andrebbe completata la riforma conclude Bradburne e il ministro Franceschini lo sa. Il meccanismo ci "costringe", ci limita». Non è il ministero a bloccarci, «è un processo che va completato. Dalla Topolino speriamo di passare ad una Toyota». Insomma, l'autonomia deve passare anche sul personale, è l'opinione del direttore della Pinacoteca di Brera. La direttrice D'Agostino ha gentilmente comunicato al Corriere Fiorentino che commenterà la vicenda la prossima settimana.