L'ULTIMO allarme lanciato in ordine di tempo (accade con periodica regolarità) di una possibile cancellazione del centro storico di Napoli dalla lista del Patrimonio Unesco viene questa volta direttamente da Palazzo San Giacomo attraverso il presidente dell'Osservatorio centro storico Unesco di Napoli, l'avvocato Elena Coccia, consigliere comunale di maggioranza. Invita il sindaco a rinnovare al più presto l'organismo rappresentativo, già attivo negli ultimi anni della prima giunta de Magistris, ritenendolo essenziale e strategico per una ripresa delle attività di monitoraggio. Chiede intanto di «creare un tavolo permanente con tutti gli enti coinvolti ». Comprendiamo il generoso sforzo ideativo del presidente, ma la proposta lascia francamente sconcertati. Come non riconoscere che una cospicua parte di responsabilità del fallimento, grave e conclamato, del Grande Progetto centro storico Unesco di Napoli sia attribuibile, anche e soprattutto, ad una gestione collegiale spalmata su Comune, Regione, Soprintendenza, Provveditorato alle Opere Pubbliche e Curia di Napoli? Risparmio al lettore l'elenco di "chi ha fatto cosa" perché è un labirinto di intrecci, non privo di qualche opacità, come il settore delle progettazioni che peraltro risultano nella quasi totalità di modesto livello qualitativo. Cabina di regia, tavolo di confronto, concertazione e coordinamento sono state le soluzioni che avrebbero dovuto armonizzare iniziative e competenze. Non è avvenuto e mai abbiamo avuto dai vertici istituzionali risposte a interrogativi formulati altro caso singolare che rimanda a situazioni di consociativismo tra maggioranza e opposizione in Comune e Regione non da esponenti di partiti ma da studiosi e rappresentanti delle associazioni di tutela. Fallimento grave e conclamato del Grande Progetto, si diceva in precedenza. Alcuni dati a testimoniarlo: alla scadenza del 31 dicembre 2015, solo cinque milioni spesi sui cento disponibili; a oggi e dopo l'oneroso rifinanziamento, pochissimi cantieri chiusi sui ventisette programmati, fermi operativi e contenziosi per errori progettuali, soliti imprevisti e conseguenti varianti in corso d'opera, gare sospese per accertamenti sulla proprietà dei monumenti, progetti da rifare per l'entrata in vigore d'una nuova normativa sugli appalti. Tutta la procedura partì nei primi mesi del 2011; non è ammissibile che dopo sei anni si debba registrare un simile, deludente bilancio e soprattutto non è pensabile che si possa continuare a gestire il programma per il futuro allo stesso modo. Al presidente Coccia suggeriamo un deciso cambio di passo affidato a due, tre iniziative che, se recepite dagli altri enti e istituzioni, potrebbero segnare una svolta positiva per il programma. Intanto, il Comune di Napoli deve riappropriarsi della regia generale del Grande Progetto perché, al di là della provenienza regionale dei finanziamenti, del variegato regime delle proprietà e delle competenze specifiche di Soprintendenza e Provveditorato, stiamo pur sempre parlando di una parte importante della città di Napoli, non di un condominio. Contemporaneamente, sempre il Comune, deve diventare stazione appaltante e centro dell'attività progettuale, avvalendosi di professionalità esterne mediante concorsi e bandi di progettazione e chiamando a collaborare le eccellenze delle competenze presenti nel territorio. Il coordinamento operativo di questa struttura, non deve essere affidato a tavoli permanenti variamente aggettivati o a cabine di regia ma a un coordinatore, tecnico e manager a un tempo, in grado di portare a sintesi il programma. Nel Piano di gestione del centro storico Unesco di Napoli approvato nel 2011, vigente e mai rispettato questa figura è prevista ed è chiamata "Conservatore". Laddove istituita, ha dato ottimi risultati. Tutto ciò si doveva fare in un lontano passato. Non è stato fatto. Il Grande Progetto ha ancora davanti a sé una lunga strada da percorrere. Si intervenga subito sulle carenze strutturali del sistema. Si lascino perdere i ricorrenti allarmi su possibili cancellazioni del sito Unesco napoletano dalla Lista che non hanno mai preoccupato più di tanto la politica. E poi, in ultima analisi e come dimostra l'esperienza concreta, nella Lista del Patrimonio è difficile entrare e ancor più difficile uscire per la pazienza e la prudenza diplomatica con le quali si amministrano le inadempienze degli Stati cui i siti sono affidati.