Che un'Afrodite riemerga dalle acque, non è poi una gran notizia: la Ciprìde, come ogni buon greco potrebbe raccontare, sarebbe spuntata fuori dalla spuma marina (aphròs, in greco antico), fecondata dal seme di Urano, il Cielo, evirato da Crono, il Tempo, all'alba del nostro mondo. E dalla Teogonia esiodea in poi, la bellissima dea sarebbe riemersa dalle acque ancora mille e mille volte, dinanzi agli scogli di Paphos, nell'infinito repertorio iconografico antico, e poi più tardi, in quello moderno a esso ispirato; ne abbiamo una persino in tasca, di Afrodite dal mare: è sulle monete da 10 centesimi, dorati dettagli della grandiosa Nascita di Venere di Botticelli, pronta a folgorare turisti e amanti dell'arte da uno stanzone degli Uffizi. È riemersa ancora una volta, qualche giorno orsono, dal mare di Taranto, sotto forma di statuetta bronzea. Il sub che l'ha vista, piccola e ammiccante mentre si allacciava il sandalo sul fondale, l'avrebbe sistemata con piacere in salotto, come ha dichiarato, ma ha poi correttamente seguito la legge consegnandola; non a Soprintendenza o Carabinieri, però, ma al sindaco della città, Ippazio Stefàno, che, sentito un anonimo (?) archeologo (che avrebbe datato il pezzo al IV secolo a.C.) non ha resistito, e ha diramato la notizia urbi et orbi. Troppo bella la storia di un'antica dea dal mare: profuma di grande scoperta, con quel tocco atlantideo della civiltà scomparsa, che non guasta mai. E poi chissà, il sub (nella vita un tennista) racconta di altri reperti, nelle vicinanze: un vaso, forse un vascello (sic!). Brutto mestiere, quello del guastafeste, eppure qualcosa che non va nella statuetta tarantina c'è, a cominciare dallo stato di conservazione: mai vista una statua bronzea dal mare, come detto rimasta tra le acque per ventitré secoli, senza un'incrostazione, un banale dente di cane, lo straccio di un serpulide. O meglio: un bronzo antico apparentemente pulito, da un sito subacqueo, potrebbe pure saltar fuori, ma in condizioni particolari di giacitura e con una coltre adeguata di sedimenti a coprirlo (costantemente). Difficilmente gironzolerebbe per le sabbie con una scarpa slacciata. Per non parlare della fattura: sproporzionata, cattiva nella resa dei dettagli, lontana dai capolavori che il mondo antico ci ha concesso di recuperare. E così in Soprintendenza, qualche guastafeste ha sentito il dovere di prendere posizione, e di fronte alle dichiarazioni ufficiali l'incanto è svanito. Niente più scoperta del secolo, si tranquillizzino i Bronzi di Riace, solo una statuetta che sembra classica, e che qualche malevolo giornalista ha bollato come patacca. E allora pace, si potrebbe chiudere anche così, con un subacqueo che ha preso un abbaglio, ma che ha comunque correttamente consegnato ciò che considerava un reperto importante, un sindaco facile all'entusiasmo che ha dato clamore a una scoperta non così notevole, e gli esperti che hanno giustamente rimesso i cocci a posto. E invece no, la battaglia è appena cominciata: sono ora gli avvocati del subacqueo a chiedere giustizia di fronte alle dichiarazione della Soprintendenza, a non digerire la definizione di "riproduzione classicheggiante" o la dichiarata assenza di interesse archeologico ("a dire il vero, neanche la Gioconda può dirsi un bene archeologico, ma è universalmente nota per il suo inestimabile valore artistico", annunciano con slancio), a suggerire tecniche di datazione più approfondite (ricordiamo che l'anonimo archeologo aveva sparato un IV secolo a cuor leggero, ma...), a cominciare da quel miracoloso Carbonio 14 che ai non archeologi sembra sempre la soluzione più adatta, anche se in realtà si può applicare solo ai materiali organici (no, il bronzo naturalmente non lo è: e l'atleta di Lussino, bronzo del I a.C. dal fondo del mare di Croazia, fu datato così solo perché si trovò nel piede un nocciolo di pesca, lì trasportato da un topino che vi aveva fatto la tana, evidentemente prima del naufragio). Il curioso caso dell'Afrodite di Taranto andrà avanti, certamente. Un giudice, forse, dovrà esprimersi sulle considerazioni stilistiche degli esperti, e sugli entusiasmi in gioco. Noi ci auguriamo, intanto, che la riproduzione della dea ci aiuti a riaccendere l'interesse e a veicolare risorse verso il nostro patrimonio subacqueo e verso i tanti reperti dei nostri mari, incrostati e talvolta danneggiati, che attendono ancora di essere scoperti, studiati, valorizzati.
The Huffington Post
7 Febbraio 2017
Il curioso caso dell'Afrodite dal mare di Taranto
MI
Michele Stefanile
The Huffington Post
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Bene culturale
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