Una frenesia dell'intelligenza, un pungolo a tutto sperimentare, un'insoddisfazione altissima e profondissima, una continua spinta a indagare e conoscere oltre le apparenze e fino ai fondamenti del creato, nel grande e nel piccolo, furono la condanna di quel geniaccio di Leonardo da Vinci, che non trovò pace in un luogo reale o dell'immaginario, ma di tutto volle verificare la struttura, il meccanismo, , il funzionamento seguendo la scia luminosa della sua divina fantasia. «Veramente mirabile e celeste fu Lionardo, figliuolo di ser Piero da Vinci, e nella erudizione e principii delle lettere arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario e instabile. Perciò che egli si mise a imparare molte cose e, cominciate, poi l'abbandonava». Giorgio Vasari, c'invita a tener conto di tanta inquietudine creativa e intellettiva. Tra le molte opere non terminate da Leonardo, la più celebre è l'Adorazione dei Magi degli Uffizi, che nella notte tra giovedì e venerdì è tornata nel museo fiorentino sollevata dal piazzale degli Uffizi con un braccio meccanico e fatta entrare da una finestra del primo piano dopo sei anni d'indagini e di pulizia, sotto le sapienti mani dei restauratori dell'Opificio delle Pietre Dure Roberto Bellucci, Ciro Castelli, Cecilia Frosinini, Patrizia Riitano, Andrea Santacesaria coordinati da Marco Ciatti. Un lungo restauro sostenuto dall'Associazione Amici degli Uffizi. Di base si erano rilevati fin dal 2011 alcuni rischi degenerativi: tra cui l'alterazione dei materiali superficiali non originali, e la separazione delle assi del tavolato di supporto che avrebbero potuto mettere a rischio la pellicola pittorica. Da martedì fino al 24 settembre sarà visibile al pubblico nella Galleria delle Statue e delle Pitture esposta nella mostra Il cosmo magico di Leonardo da Vinci: l'Adorazione dei Magi restaurata a cura di Eike Schmidt, Marco Ciatti e Cecilia Frosinini. Nell'attesa le Gallerie degli Uffizi stanno postando sui social immagini, approfondimenti e curiosità, come il lavoro del Ris alla ricerca delle impronte digitali del Genio durante il restauro. Il dipinto, commissionato a Leonardo nel 1481 dai Canonici Regolari di Sant'Agostino per l'altar maggiore della chiesa di San Donato in Scopeto fuori Porta Romana a Firenze, distrutta prima dell'assedio del 1530 serba ancora molte sorprese, cela messaggi indefiniti. Una serie di dubbi sono stati però sciolti, e forse definitivamente. Ad esempio, possiamo dire che l'Adorazione è tutta quanta opera di Leonardo, che eseguì il disegno preparatorio direttamente sulla tavola, per lasciarla al punto in cui la vediamo oggi. Per meglio spiegarsi, l'artista tornò più volte a lavorare sulla tavola preparata, seguendo il fluire fantasioso del suo estro creativo. Tutto ciò si deduce dalla compresenza di livelli di esecuzione temporalmente distanti tra loro, come se l'artista non si lasciasse guidare da un progetto, da un cartone preparatorio, ritornando continuamente a variare e arricchire il testo figurativo fino al 1503-1506, all'epoca del suo secondo soggiorno fiorentino. L'Adorazio ne andrà intesa allora non solo come opera non finita, e infinita, ma anche come opera aperta e in fieri. Per via del mutare continuo del rapporto tra ispirazione artistica e ispirazione teologica, iconologia e valori espressivi. Sono emersi particolari prima invisibili, come le linee di costruzione prospettica e il punto di fuga centrale, un pozzo o baratro ai piedi della Vergine. É pure stata confermata la presenza di un elefante nello sfondo montuoso a destra, già identificato a occhio nudo da Piero Sanpaolesi nel 1956. Altri aspetti interessanti sono apparsi considerando i cavalieri che si azzuffano tra le rovine del tempio che forse è anche edificio in costruzione, e a destra dell'albero centrale. Secondo Vasari, è proprio con Leonardo che il Rinascimento fa un terzo salto in avanti. Dopo decenni di spazializzazione geometrica, impostata secondo le direttive brunelleschiane, il pittore-scienziato adegua la rappresentazione a una concezione ancora più moderna, facendo saltare la griglia prospettica in modo da far circolare aria intorno ad un perno centrale che nell'Adorazione è rappresentato dalla coppia Madre-Figlio. Per rendere visibile il senso dell'Epifania del piccolo Re del mondo, Leonardo struttura fenomenologicamente il dispiegarsi della sua manifestazione terrena. La venuta al mondo è una forza rivoluzionaria e universalistica, a un tempo vitale e numinosa che, mentre si dipana e dilata, coinvolge e sconvolge gli astanti vicini e lontani. È un turbine epifanico che agita e turba nel profondo gli animi, e costringe a moti e gesti gli uomini secondo l'intensità delle sensazioni provate e la limpidezza della rivelazione. Soffermiamoci sui volti, che sembrano animarsi con l'emergere dal fondo, grazie al celebre sfumato leonardiano. Ai gesti di reverenza, ammirazione, stupore, meraviglia, fanno eco le urla e le grida dei combattenti. Al riposo dei carpentieri si contrappone la furia dei cavalieri. Qua è calma, là turbinio. Accidia e vigore. Qualcosa di molto simile accade con Raffaello che nella Trasfigurazione sembra aver inteso il messaggio di Leonardo. Certo tutta questa vita, quest'animazione, dovette apparire sconvolgente all'epoca. Qualcosa di divino e celeste. Altro che statue parlanti. Leonardo faceva vivere la pittura, oltre lo spettacolo teatrale, prima del cinema. Qualcosa d'irreale e di magico, come se quest'uomo, alto e bello, mostruosamente intelligente e fantasioso, fosse dotato di poteri sovrannaturali. Un angelo e un demone a un tempo, disceso in terra da un altro pianeta.