Con la riscoperta del Guercino Piacenza ritrova la sua identità e l'orgoglio giusto per ripartire Piacenza si affida alla cultura e la cultura restituisce a Piacenza un frammento identitario, un simbolo che obbliga ad alzare lo sguardo, a leggere nell'incanto della cupola del Duomo affrescata da Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino il segno della rinascita, la fine di un lungo sonno che anno dopo anno ha rubato la voglia di futuro. C'è un legame insolito tra una mostra e una citta, tra l'esposizione che va da palazzo Farnese alla Cattedrale attraverso i percorsi della storia, un legame che inietta fiducia nelle capacità di chi non accetta il declino e vuole un po' osare, vincendo la proverbiale ritrosia ad apparire, a mettersi in vetrina. Piacenza schiva, Piacenza nascosta, Piacenza splendida sconosciuta, si lascia guardare in compagnia di un maestro che fa diventare la bellezza emozione, con i santi, le madonne, le sibille e i profeti immersi nell'indimenticabile azzurro dei cieli, in quell'insieme che Roberto Longhi definì «temporalesco, maculato, bruscato». Per rendersene conto bisogna salire in alto, lungo i camminamenti del Duomo dove hanno lavorato le botteghe di Wiligelmo e dei maestri del XII secolo, e dove la torre del campanile è sormontata da un angelo dorato che ruota su se stesso e indica la direzione del vento. Gli affreschi del Guercino appaiono «con grazia e sensualità», scrive Vittorio Sgarbi, quasi si carezzano. E la città è lì sotto, con il cardo e il decumano della pianta romana, con le chiese e i campanili che con le caserme ne hanno formato il carattere, con il Po che segna un ormai anacronistico confine tra Emilia e Lombardia. Una città schiaffeggiata dalla crisi, con alcune storiche fabbriche chiuse, il fallimento della squadra di calcio, il dualismo con Parma, la narrazione spenta. Una citta che deve battere un colpo se non vuole una dolce eutanasia, che ha bisogno di uno scatto di reni e di una progettualità visionaria, «che deve giocare la sua partita con il brand del territorio e del vivere bene, spiega Daniele Fornari, docente alla Cattolica, l'università che qui ha creato una nicchia di valore con il corso di food marketing. «Piacenza può diventare una piccola capitale della cultura, ma deve darsi obiettivi e strategie e smettere di vivere alla giornata. Deve imparare a sognare». La mostra di Guercino è un evento cercato e voluto, «una scelta mirata per valorizzare le nostre ricchezze artistiche, per vincere la rassegnazione con il gioco di squadra e per dare continuità alle iniziative che favoriscono il rilancio di una città che ha tante positività ma non le sa comunicare», spiega Massimo Toscani, presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano che ha fortemente voluto, con la Curia, la valorizzazione di un tesoro locale. «L'arte rende sensibile il mondo invisibile», dice il vescovo, Gianni Ambrosio, e di invisibile c'è tanto a Piacenza, a volte anche di immobile, come i tetti che si vedono dall'alto del Duomo, come i tesori perduti nella quiete padana: c'è un freno che negli anni ha impedito la valorizzazione piena delle tipicità, i vini, la gastronomia, i ristoranti, la mitica coppa, i tanti prodotti di una terra generosa amata da Verdi, che a un certo punto ne fece la residenza. «Come dice Oscar Farinetti, a Piacenza non sappiamo fare coccodè», sintetizza Fornari. Ma l'attitudine dei piacentini a non relazionarsi, a fare da soli, non regge più nel sistema locale e globale. «Piacenza vive una duplice crisi, della politica e dell'imprenditoria dice Stefano Pareti, l'ex sindaco che più di vent'anni fa con la mostra del Panini cercò di dare una scossa alla città . La differenza è che allora il motore trainante fu l'Associazione industriali, questa volta la partecipazione della Confindustria locale è stata marginale». Non entra in polemica il presidente Toscani, anche se vorrebbe più collaborazione da esercenti e commercianti per il boom di visitatori del weekend. «Il fatto è che Piacenza è come un diesel, deve scaldarsi prima di partire. È successo anche con gli alpini. Nessuno li voleva, poi è scoppiato l'amore. Non deve sorprendere che l'iniziativa sia partita da Fondazione e Curia. Noi portiamo un valore che nei momenti difficili si fa sentire: quello della solidarietà, con duemila volontari e 260 associazioni sul territorio. La città è generosa in questo, si impegna e si dà da fare». Giù dal Duomo è difficile sognare. Però la voglia di cambiar aria si comincia a sentire. Libertà , il giornale locale, ha messo il cavallo del Farnese sulla storica testata. Piacenza è pratica, concreta. Non cambia facilmente. Vola basso, si dice. Ma oggi comincia a guardare anche in alto.