UN Don Chisciotte moderno, quello che Ruggero Cappuccio, drammaturgo, regista e attore porta in scena domani sera al San Ferdinando. "Prima nazionale assoluta" molto attesa, di "Circus Don Chisciotte", protagonisti con Ruggero Cappuccio Giovanni Esposito, Giulio Cancelli, Ciro Damiano, Gea Martire, Marina Sorrenti. Le scene dello spettacolo sono firmate da Nicola Rubertelli, i costumi da Carlo Poggioli, le musiche da Marco Betta, il disegno luci di Nadia Baldi. Cappuccio chi è il suo personaggio protagonista? «Michele Cervante, una singolare figura di vagabondo colto che esplora le ombre urbane della città; presunto discendente dell'autore del "Don Chisciotte della Mancia", che attiva una lotta personalissima contro il processo di disumanizzazione che sta attanagliando il mondo, in filigrana il don Chisciotte napoletano a cui dedico il mio spettacolo è l'avvocato Gerardo Marotta». Un personaggio importante, anche lui sognatore? «La mia non è una dedica formale da conferenza stampa, ma una dedica sentita e così in alcuni passaggi del lavoro teatrale lo spettatore troverà riferimenti molto chiari a questa mia idea. Perché il personaggio di Cervantes è un gentiluomo di campagna con una lancia nella rastrelliera, un vecchio abito consunto ed i suoi libri, un uomo emarginato che crede in cose in cui gli altri non credono ed oggi persone come lui ce ne sono molte, e sono presenti tra noni, e così la mia dedica non è certo casuale». Marotta è don Chisciotte, allora. «Marotta, sì, che ha voluto donarci trecentomila volumi preziosi e noi, così muniti di palazzi e ricchezze, di politici e uomini di cultura non riusciamo a ricevere il suo dono. Paradosso e sigillo terrificante del nostro disastro. E sono tanti quelli come lui che in piccoli e grandi paesi e città lottano perché l'umanità sia conservata, difendono un luogo, un sito archeologico, una piccola libreria, un giardino. Sono questi i don Chisciotte che amiamo, e Marotta è certamente un visionario erede del mio Cervante, con i suoi libri ed il suo amore per Napoli, ed i suoi eredi vivranno anche delle sue visioni e dei suoi mulini a vento». Cosa fa il suo Cervante? «Vaga lungo il binario di una ferrovia trascinandosi dietro dei libri, non ha più sostanza, incontra delle figure importantissime con cui ordisce un suo progetto di rivoluzione. In una delle sue peregrinazioni notturne si imbatte in un girovago nullatenente fuoriuscito dalla sfera della società civile. Tra i due nasce un'amicizia fulminante che darà vita ad un corto circuito tra realismo e visionarietà, sogno e saggezza materica, mentre inizia il loro viaggio alla ricerca dei nemici dell'essenza spirituale dell'umanità». Una lettura contemporanea di un personaggio- mito... «Moderno, direi facendo un passo indietro per capire da dove nasce la contemporaneità e la ricaduta culturale che il libro di Cervantes ha avuto sull'umanità e bisogna tener conto che sono molte le nazioni che si identificano con un libro». Insomma, Cappuccio: la sua scrittura ha sempre lingue complesse. «Qui c'è il napoletano agreste, da entroterra della campagna, ci sono gli echi del mondo di Basile, proprio come il doppio registro linguistico del Don Chisciotte di Cervantes: c'è il giovane duca venuto da Venezia, ci sono i due ex ristoratori che allestiscono una cena del tutto immaginaria anch'essi napoletani e c'è una principessa siciliana. È sempre così del resto nel piano linguistico del mio lavoro... ».