Spenta l'ondata emotiva provocata dal crollo del viadotto sull'A14 due settimane fa tutto è tornato come prima. Il deficit di manutenzione delle infrastrutture nazionali può scendere nella scala delle emergenze: le priorità sono cancellare i voucher,, le nomine nelle società partecipate dallo stato, lo scontro sotterraneo nel governo sulle privatizzazioni. Rimane nel cassetto quindi il contratto di programma quinquennale con l'Anas, impegno definito nella legge di stabilità 2016 che fissa il corrispettivo che lo Stato ogni anno destina per la realizzazione di opere e servizi sulla rete stradale. Il contratto aveva un duplice obiettivo. Da un lato fornire le risorse necessarie all'ente per la sua attività; dall'altro dare all'Anas autonomia finanziaria di medio periodo con un meccanismo di corrispettivi capaci di portarla fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. L'operazione era quindi propedeutica anche alla progettata fusione con le Ferrovie; rappresentava una leva per la spesa in opere pubbliche, con sensibili riflessi sulla crescita del Pil, sul valore della potenziale privatizzazione di Fs, sulla diminuzione del debito. I dubbi del ministero dell'Economia hanno però bloccato tutto: il timore è che l'Europa non consideri lecito pagare un corrispettivo per gli investimenti futuri. Per evitare scontri con Bruxelles, si prende tempo e non si rischia. Eppure il premier Gentiloni aveva recentemente sostenuto che i segnali di ripresa economica erano reali, e che per fare passi avanti serviva l'aiuto della Ue. E anche che oltre a lavoro e giovani l'altra priorità era il Sud, una ricchezza da coltivare. Di fatto il blocco del contratto di programma ha paralizzato tutto. L'Anas ha praticamente già finito le risorse residue e a fine marzo non avrà ha più soldi per la manutenzione di strade, ponti e viadotti; in più non può accedere ai 6,6 miliardi stanziati dalla legge di bilancio 2016. E con le casse vuote è difficile immaginare progetti che portino crescita e occupazione. Ma se l'impasse imposto dal Ministero dell'Economia è legato al timore di una bocciatura europea, meno comprensibile è quello che accade per un'altra opera giudicata strategica per il sud, la statale 103 jonica. I lavori, progettati nel 2008, si sono bloccati in un rimpallo di delibere tra Cipe, Corte dei Conti e Ministero delle infrastrutture, con contorno di svariate valutazioni di impatto sul territorio, condotte dai ministeri dell'Ambiente e dei Beni culturali. Nel frattempo il costo dei lavori è lievitato dai 961 milioni del 2008 ai 1165 milioni attuali. L'Istat la giudica la strada più pericolosa d'Italia. Per la burocrazia che si autoalimenta e tiene tutto nel cassetto è invece la più produttiva.