TOMASO Montanari promuove Palermo che riscopre la sua bellezza ma boccia la politica siciliana che controlla i beni culturali e nomina i soprintendenti. Lo storico dell'arte, ieri in città per presentare un libro di Kalòs, sostiene la tesi dell'abolizione dell'autonomia in tema di beni culturali ma parla dei fermenti di Palermo come di una prosecuzione della riscossa civile iniziata dopo le stragi del '92. L'immagine simbolo di Palermo, per lui, è il castello della Zisa, ponte fra Oriente e Occidente. Tomaso Montanari, storico dell'arte, dice che per la sua generazione la città incarna l'anno delle stragi così come la riscossa che iniziò dopo via D'Amelio: un percorso che è arrivato alla riscoperta della bellezza di questi anni, ai monumenti che riaprono, al Teatro Massimo aperto alla città. "La riscoperta della bellezza è un'ulteriore tappa di quella rivolta civile. Vedo una città piena di fermenti, penso a Palazzo Butera acquistato da collezionisti di statura internazionale, penso alle iniziative de "La scuola adotta un monumento". La mia percezione del lavoro della giunta è positiva", dice. Palermo promossa, dunque, purchè non faccia l'errore di svuotare il centro storico per riempirlo di ristoranti e bb. Ma il professore boccia l'Autonomia in tema di beni culturali: "È inconcepibile che un soprintendente debba dipendere dall'assessore di turno", contesta Montanari. ANTONIO FRASCHILLA Boccia la gestione "politica" dei beni siciliani a causa di una riforma, quella sull'autonomia dei musei e dei parchi, poi esportata a livello nazionale dal ministro Franceschini: «Non ci sarà mai un sovrintendente o un dirigente di museo realmente autonomo se nominato dall'assessore di turno e su questo punto ho una idea radicale: l'Autonomia siciliana andrebbe abolita perché nella gestione dei beni culturali la Sicilia è stata avulsa da quanto avveniva nel resto del Paese quando si costruiva una netta divisione tra politica e tutela». Ma promuove Palermo e la riscoperta dei palermitani della loro città: «Vedo un fermento che non trovo altrove, per la mia generazione Palermo è simbolo del riscatto del dopo stragi del '92 e la riscoperta della propria bellezza di questi ultimi anni penso sia una ulteriore tappa di quella rivolta civile. Non si può essere palermitani senza un legame con i monumenti di questa città, penso ad esempio alla Zisa, che rappresentano un monito di civiltà per il mondo: qui l'Oriente e l'Occidente convivono da secoli». Tomaso Montanari, storico dell'arte e da qualche giorno guida di Libertà e Giustizia, ieri era a Palermo per presentare il nuovo volume edito da Kalos sul patrimonio artistico della città. Qual è la prima immagine che le viene in mente quando pensa a Palermo? «L'immagine di un posto straordinario, sei profondamente in Italia ma sei anche altrove. Una città in cui vivi in civiltà diverse, qui l'Oriente e l'Occidente non sono alternativi. Ma tutto questo bisogna meritarselo. L'ultimo secolo di storia di Palermo ci interroga: davvero ci meritiamo questa storia?». A cosa si riferisce in particolare? «Il sacco di Palermo è indimenticabile come stagione, politico e culturale, e come paradigma della nostra collettiva incapacità di tradurre il passato in futuro. Non solo di tradurre il passato per i nostri figli, ma anche di sapere perché si vive in un certo posto e da dove si proviene per sapere dove si va». Pensa che la bellezza di Palermo sia stata irrimediabilmente sfregiata? «La bellezza è una categoria abusata, politici recenti hanno fatto della bellezza uno strumento di propaganda. Parliamo invece di conoscenza. Palermo è un grande libro, nel quale possiamo conoscere noi stessi: le nostre sconfitte, le nostre storie, le nostre vittorie. Palermo è un luogo dove si trova la conoscenza di sé stessi: per la mia generazione Palermo è la città del dopo stragi e della resistenza alla mafia. Quella dimensione è scollegata dalla bellezza o ci ha a che fare? Per me è collegata. Quando Sciascia diceva che c'era un rapporto tra il fatto che nel cuore di Palermo poteva sparire una tela di Caravaggio e lì c'erano le baracche, faceva un legame verissimo tra cultura, conoscenza e degrado». Pensa che Palermo abbia messo alla spalle quel periodo nero? Oppure vi rimane indissolubilmente legata? «No, Palermo è cambiata dopo le stragi del '92. E Palermo non a caso ha riscoperto la città monumentale insieme alla rivolta civile di quegli anni. Oggi la vedo come una città piena di fermenti. La mia percezione del lavoro della giunta è positiva, penso alla scuola e alle iniziative "La scuola adotta un monumento". Penso ancora a Palazzo Butera acquistato da dei collezionisti internazionali. Trovo poi il lavoro fatto dal Teatro Massimo molto interessante, con un forte legame con la città, un teatro aperto. Insomma, Palermo è in fermento». Palermo comunque per certi versi rimane molto indietro, rispetto ad altre realtà. Ha avuto il riconoscimento dell'Unesco per il suo centro storico, ma solo da qualche anno è stato pedonalizzato. «Siamo uno strano Paese: abbiamo bisogno degli altri per sapere chi siamo, ci hanno dato l'Unesco e siamo contenti. Ma l'Unesco non ha nulla da insegnare in tema di tutela del patrimonio culturale all'Italia. Dopo di ciò tutto serve, ben venga quindi il marchio Unesco. Il centro è importante, ma attenzione: l'unico rischio è che si passi dal degrado a un centro storico vuoto tutto ristoranti e bb. A Palermo siamo lontani di questo, ma stiamo attenti: i sindaci di Palermo o Napoli non prendano a esempio Venezia o Firenze. Gli Oratori di Palermo con gli stucchi del Serpotta sono vivi e parlano a noi se davanti non ci sono solo turisti, ma anche bambini che giocano a pallone davanti alla chiesa. La risposta deve essere la conoscenza e non l'intrattenimento. Il libro Kalos in questo senso è un tentativo di legare cultura e accessibilità al pubblico». Allargando l'orizzonte alla Sicilia, come giudica la gestione dei beni culturali nell'Isola? Avrà seguito le polemiche sui siti in abbandono e affollati di custodi. «Io ho una idea radicale su questo: dovremmo abolire l'Autonomia per quanto riguarda il patrimonio culturale della Sicilia. Le soprintendenze non possono dipendere dalla politica locale soltanto. La Sicilia è sempre rimasta fuori dalle politiche nazionali, mi riferisco agli anni d'oro: io oggi ho una idea negativa del ministero dei Beni culturali, ma il modello italiano è stato un tentativo di dividere la gestione tecnico-scientifica da quella politica. Trovo incredibile che un assessore regionale possa governare sui soprintendenti. In Sicilia la Regione piuttosto dovrebbe assumere archeologi e storici dell'arte per costruire una comunità forte che curi e gestisca i nostri beni. La politica invece gestisce tutto e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ma c'è sempre una speranza. I cittadini possono imporre alla politica scelte e decisioni: penso alla battaglia civile per l'istituzione della riserva dello Zingaro, e spero lo stesso possa avvenire per i beni in abbandono nell'Isola».