Siamo a luglio e puntualmente ci scontriamo con l'«emergenza» caldo e siccità, tra allarmismi e rassicurazioni. E tutti invocano una "politica" dell'acqua. Mentre si discute su come si potrebbero controllare meglio gli acquedotti, su un adeguamento delle infrastrutture, sulla possibile liberalizzazione del mercato dell'acqua, su come creare nuovi e più efficaci sistemi di irrigazione, un dato comunque è certo: i consumi di energia elettrica nei periodi di punta aumentano sempre di più, come è normale per un paese industrializzato; e i consumi di acqua si attestano in media a 500600 litri al giorno per ogni italiano. Va bene diffondere la cultura del risparmio, ma forse ci si dovrebbe interrogare anche su come fare per produrre più energia elettrica e per utilizzare al meglio le risorse che abbiamo, come l'acqua, bene da sempre prezioso. Perché se è vero che, alla fine, la soluzione è sempre la pioggia, è anche vero che qualche piccolo rimedio per non buttare via inutilmente acqua e dunque energia, forse si può trovare. Si parla dì apertura o meno dei grandi bacini, ma nessuno per esempio ha toccato il tema del cosiddetto "deflusso minimo vitale", quantità minima d'acqua che le imprese che gestiscono bacini e dighe per la produzione di energia idroelettrica sono tenute a rilasciare per garantire la vita dei letti dei fiumi e quindi per non danneggiare gli ecosistemi. Tutto questo ovviamente ha un animo nobile, come tutti i temi di carattere ambientale, se però ci fosse una regolamentazione chiara e studiata secondo criteri specifici, che tengano anche conto delle esigenze complessive del paese. E invece spesso ci si trova davanti a direttive, decreti e delibere che variano da regione a regione e che spesso vengono formulate in base a parametri idraulici-morfologici o prettamente matematici che non possono esser rappresentativi di tutti i lunghi tratti dei grandi corsi d'acqua. Succede per esempio che siamo di fronte a direttive comunitarie che in realtà si contraddicono. Una direttiva del 2001 stabilisce che nel 2010 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili deve aumentare di circa il 50; un'altra del 2003 sulle Emissions Trading, in linea con gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, va nella direzione di una notevole riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, mentre un'altra ancora del 2000, prevede per il 2015 il raggiungimento del "buono stato ecologico" dei flussi d'acqua in superficie, quindi dei letti dei fiumi. E l'Italia aveva già stabilito con un decreto che le Regioni dovessero approvare entro il 2004 un "Piano di tutela delle acque" e trasmetterlo alle Autorità di Bacino. Quindi, in poche parole, da un lato si spinge verso la produzione di energia da fonti rinnovabili (e ricordiamoci comunque che il nostro è un paese dove viene bloccata anche la costruzione di impianti eolici per ostruzionismo degli enti locali e guerre tra associazioni ambientaliste) e verso una riduzione sempre maggiore di emissioni di CO2, dall'altro viene penalizzata proprio la produzione di energia idroelettrica, che utilizza la fonte rinnovabile per eccellenza, l'acqua appunto. Perché l'applicazione, per il momento in modo non uniforme tra le Regioni, del minimo deflusso vitale ha già portato nel 2003 alla perdita per gli operatori di alcune miliardi di Kilowattora, cioè di energia idroelettrica. Gli impianti, infatti, sono costretti a rilasciare una quantità d'acqua costante che va dal 10 al 20 per cento circa della produzione, e questo per piccoli impianti idroelettrici può anche portare alla loro chiusura. E le previsioni di Enel per i prossimi anni non sono certo confortanti: per il 2008 (anno in cui entrerà a regime il minimo deflusso vitale in tutta Italia) è stimata una perdita di energia di circa 3.000 gigawattora, il 13 della produzione idroelettrica; perdita che sale a circa 6.000 GWh nel 2015, più del 25 della produzione idroelettrica. E 6.000 GWh corrispondono a circa 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica emesse in più nell'atmosfera. Quindi l'applicazione tout court del minimo deflusso vitale, senza seri studi di impatto ambientale e senza criteri che tengano conto anche di periodi più o meno critici dell'anno, porta sicuramente a una diminuzione di riserve di acqua dolce, ad una perdita di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile, all'aumento del rischio di scarsa competitivita dell'industria italiana e a una diminuzione di produttività nell'agricoltura (perché ovviamente se l'acque viene rilasciata nei fiumi non viene certo usata per l'irrigazione). E tutto questo con il dubbio che si possa realmente avere un beneficio ambientale: alcune autorità di bacino per esempio hanno obbligato a rilasciare acqua in zone ad alta permeabilità dove l'acqua non si vede e né si vedrà mai, perché il letto non è superficiale ma sotterraneo. Non è uno spreco anche questo? Forse siamo davanti a un nuovo "caso" energetico ed economico, ma nessuno se ne accorge.