ROMA No al ritorno di nuovi muri, no a un'Europa di serie A e di serie B, sì a un'Europa sociale e solidale, che non lascia soli ad esempio i Paesi in prima linea nella crisi dei migranti: a dieci giorni dall'appuntamento al Campidoglio, dove sarà firmata la dichiarazione per i 60 anni dei Trattati di Roma, il premier Paolo Gentiloni lancia il suo messaggio. Che appare anche come un tentativo per ridurre la distanza tra Ovest e Est nella visione sul futuro dell'Unione. Il premier parla dalla plenaria del Parlamento europeo, invitato dal presidente dell'assemblea Antonio Tajani in vista dell'appuntamento di Roma. Parole, le sue, che sembrano puntare a rassicurare i riottosi Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), contrari all'ipotesi di un'Europa a più velocità. Una formula che temono possa finire per lasciarli indietro rispetto ai più forti Paesi occidentali. «Non ci sarà mai una Unione europea di serie A e di serie B, un'Europa dei piccoli e dei grandi Paesi, un'Europa dell'Est e dell'Ovest», assicura Gentiloni, mentre l'Italia è impegnata in prima linea in una difficile opera di limatura sulla dichiarazione che sarà presentata a Roma. Un negoziato tuttora in corso per arrivare a un testo condivisibile da tutti i 27 Paesi. Il timore infatti tra gli addetti ai lavori è che alla fine alcuni governi, come quello polacco, possano anche decidere di non firmare il testo. Un'eventualità che mostrerebbe in maniera plastica un'ennesima spaccatura all'interno dell'Unione. E proprio a un appuntamento che le forze europeiste vorrebbero invece fosse un momento di rilancio per l'Ue. Il tentativo, dunque, è cercare una formula di mediazione, quantomeno lessicale: una marcia indietro sulla definizione di 'Europa a più velocità, che fa storcere il naso all'Est, anche se si continua a parlare di "cooperazioni rafforzate": vale a dire gruppi di Stati che su alcuni dossier avanzano più velocemente degli altri. Anche se «non ci sono le condizioni per salti istituzionali enormi - sottolinea Gentiloni - alcuni passi avanti possono essere fatti con le cooperazioni rafforzate, come previsto dai trattati». Perché, è il ragionamento del premier, «un'Europa che rimane ferma è un'Europa destinata a tornare indietro». La dichiarazione di Roma, ammette Gentiloni, «sarà un compromesso tra forze diverse, come sempre», ma dovrà rispondere a diverse domande: dalla crescita alla disoccupazione, dalla condivisione degli impegni sulla sicurezza alla gestione comune dei flussi migratori, tema particolarmente caro all'Italia che torna a chiedere di non essere lasciata sola. Senza «cedere ai nazionalismi», è l'appello lanciato dal premier. Per evitare il rischio di un «1989 alla rovescia»: con un ritorno dei muri a 28 anni dalla caduta di quello di Berlino. Per questo, da Pistoia, dove ha preso parte alla cerimonia per Pistoia Capitale italiana della Cultura 2017, presente anche il ministro ai Beni culturali, Dario Franceschini, Gentiloni ribadisce che «l'identità non può essere introiettata verso la chiusura», con un Paese contro l'altro: «Guardate alle parole della Turchia contro l'Olanda, non si può definire nazista una città come Rotterdam, distrutta dal nazismo.