LA cultura come patrimonio sedimentato di beni, ma anche contesto di incontri e relazioni, da proteggere. ma insieme rendere disponibile. Guai, insomma, a calcificare la cultura intorno all'immagine statica di una qualche identità, avverte Salvatore Settis, accademico dei Lincei, ex direttore della Normale di Pisa e presidente del consiglio scientifico del Louvre, in vista del G7 della cultura di Firenze. Professore, di cosa suggerirebbe di parlare ai 7 grandi del mondo? «Li inviterei innanzitutto a riflettere sul pericolo del momento: legare le culture dei diversi popoli alle rispettive identità nazionali. L'Italia, per esempio, si considera dotata del "patrimonio più bello del mondo", dell'arte più eccelsa, eccetera. Un'enfasi sospetta, che allude a una concezione escludente della cultura, ispirata da presunte "radici" che in realtà non esistono ma hanno sempre ispirato i peggiori comportamenti individuali e collettivi ». Dunque, nessun timore di accogliere culture "altre", per esempio attraverso l'immigrazione? «La verità storica ci dice che nessuna cultura è isolata, ma tutte nascono da incroci fra culture diverse. Nessun Paese può considerarsi autosufficiente, in questo campo, e dunque vantarsi di possedere una cultura "unica". L'Italia, poi, è un Paese eccezionalmente ibrido, la cui cultura è il risultato dei tanti contributi diversi giunti da ogni dove nel corso della storia, da Etruschi e greci, fenici e arabi, spagnoli e francesi e austriaci e l'elenco potrebbe non finire. Arte e cultura non possono essere mai utilizzate per giustificare la costruzione di barriere e di identità separate, ma, al contrario, per costruire identità inclusive». Al tavolo del G7 si parlerà anche del controverso rapporto fra tutela e valorizzazione dei beni culturali. «Due concetti spesso messi in contrapposizione, il che è una vera stupidaggine. È ovvio che non esiste vera tutela senza valorizzazione, e viceversa. Entrambi appartengono ad un unico processo che comprende vari passaggi, ricerca, restauro, fruizione, gestione dei bilanci, eccetera. E dunque anche per quanto riguarda le risorse bisogna parlare dei soldi necessari a un processo unico, pubblici o privati che siano». Le risorse, appunto, grande punto dolente della politica culturale in Italia: come valuta l'apporto dei privati? «Io non ho affatto il terrore dei privati, al contrario, sono estremamente favorevole ai loro contributi al funzionamento della cultura in generale, dai musei ai restauri, dalla ricerca universitaria alla scuola. Il punto è che la discussione, in Italia, è inquinata dagli sconsiderati tagli di risorse per i beni culturali operati da una serie di governi, che hanno così agitato la favola dei privati solo per giustificare la ritirata dello Stato. I contributi dei privati devono invece aggiungersi, e non sostituire quelli pubblici». Lei però non ha mai fatto mistero di essere contrario a iniziative come, per esempio, le sfilate di moda gli Uffizi... «Certo, perché vorrebbe dire, da parte dello Stato, rinunciare ad iniziative virtuose, come appunto stanziare più soldi per la cultura, per farne di meno virtuose. Siamo il Paese che ha inventato la tutela facendone poi materia costituzionale, dunque perché mai sbracare così, anziché restare all'avanguardia, finendo per giustificare l'insufficienza delle risorse pubbliche, e magari, chissà, la svendita di qualche bene, magari di qualcosa che ci avanza nei magazzini dei musei? Solo se funzionasse un mecenatismo vero, allora potremmo prendere in considerazione delle eccezioni. Le eccezioni senza la regola sono invece pericolose». Ma in che modo allora i soldi privati sarebbero accettabili? «L'Art bonus avrebbe potuto essere un buon esordio, ma è stato troppo timido, con pochi benefici per gli investitori, possibilità di intervento circoscritte, troppi limiti temporali, mentre per radicarsi queste pratiche hanno bisogno di tempo e soprattutto di vantaggi fiscali davvero incoraggianti, come negli Usa. In Italia, alle prese con un'evasione fiscale altissima, ai governi non piace fare sconti sulle tasse. Un meccanismo potenzialmente virtuoso si arena così su un vizio cronico ». Il privato tende a sponsorizzare ciò che offre il maggior ritorno di immagine, e il pubblico tende a concederglielo. Ma tutto il resto? «È davvero miserabile questa nostra idea di valorizzazione sempre concentrata, guarda caso, su pochissimi grandi monumenti, l'Arena di Verona, gli Uffizi, il Colosseo, dimenticando completamente ciò che, in Italia, costituisce il tessuto stesso del paese. Una valorizzazione lungimirante dovrebbe tenere ben presente la peculiarità del patrimonio italiano, che sta nella sua capillarità, e sapere che ogni opera, museo, monumento, esiste in un contesto. Il Battistero di Firenze non sarebbe più quello che è se intorno ci si costruissero dei grattacieli, e dunque non si tratterà di tutelare o valorizzazione solo il Battistero, ma anche la piazza, le strade e gli edifici che lo circondano, compresi quelli senza particolare pregio, ma il cui pregio è di natura contestuale». Dunque, quando si parla di monumenti, la visuale deve oltrepassare il puro dato materiale, e comprendere anche le relazioni umane. «Il patrimonio culturale è, da sempre, elemento essenziale della prosperità economica delle città, e anche il turismo, in un certo senso, è sempre esistito. Ma non a caso il Costituto di Siena, nel 1309, diceva che chi governa deve curare «massimamente la bellezza » urbana sia per «diletto e allegrezza dei forestieri», che per «onore, prosperità e accrescimento dei cittadini». Oggi come ieri, insomma, i monumenti devono essere valorizzati in quanto espressione materiale dei valori civili maturati nella storia di un luogo, e una città deve essere bella e vivibile non per svendersi, ma anzitutto per chi ci abita, e solo così può davvero allietare anche i suoi visitatori. Nel XIV come nel XXI secolo, questo è il vero motore del cosiddetto Pil. E di nuovo, come si vede, parlando di cultura, si parla di contesti e di connessioni, di relazioni e di aperture...».