Progetto di riconversione pronto: manca la firma dell'ex Berdini. Cinque Stelle spaccati Un frammento di memoria della Roma del Novecento oggi panorama di macerie e degrado. Gli ex Mercati Generali dell'Ostiense sono solo un baratro da ottantamila metri quadrati a due passi dalla Piramide Cestia, il Gazometro e i vagoni della metro B a osservare un cimitero di detriti. Li aveva voluti il sindaco Ernesto Nathan, che a inizio del secolo scorso puntava a trasformare il quadrante nel quartiere industriale della sua Capitale. Vincendo la scommessa. Casermoni giganteschi in stile liberty dai dettagli suggestivi, le «case» dei polli e delle verdure segnalate all'epoca da disegni vivaci, sopraelevati anche oggi rispetto al terreno per agevolare il carico merci. Strutture che prendono polvere ormai da ben quindici anni, da quando nel 2002 il mercato della Capitale si spostò nella nuova sede di Guidonia. Tre varianti urbanistiche dopo, cinque amministrazioni, un progetto da 200 milioni di euro e la rinascita non c'è. E ora gli ex Mercati sono diventati l'altro «fronte caldo» delle spaccature interne al M5S capitolino. Sulla carta sarebbe tutto pronto. C'è il progetto definitivo per la riconversione degli edifici, la Conferenza dei Servizi chiusa nel 2015, con il via libera delle Sovrintendenze già consegnato. Si attendeva solo la firma dell'ex assessore Paolo Berdini, che però voleva più verde nella ricostruzione e si sa com'è finito il suo percorso. Poi si sono messi di traverso i grillini «dissidenti» dell'VIII Municipio. Il minisindaco Paolo Pace (nonostante il nome) ha infatti la «guerra» in casa. «Avrei certo preferito meno cemento anche io in quella zona, ma in ballo c'è un progetto che porterà 4mila posti di lavoro si appella il presidente pentastellato . C'è il rischio concreto di un contenzioso e non si può bloccare tutto per idee senza futuro». I suoi colleghi del movimento insistono sull'eccesso di cemento e sull'uso invece sociale degli spazi: proprio oggi è in programma un'assemblea in cui non mancheranno gli ortodossi del Tavolo Urbanistica di M5S, gli «scomunicati» da Beppe Grillo, come Francesco Sanvitto, guida del gruppo anti-stadio della Roma. Dai consiglieri avversi a Pace era arrivata persino la proposta di utilizzo dei capannoni ben poco chiara, tipo un polo cinematografico «stile Pixar». Sugli otto ettari dell'Ostiense in teoria doveva nascere già da un pezzo la «cittadella dei giovani e della cultura». Sono oltre 200 i milioni di investimenti della Lamaro Appalti (ovvero il costruttore Silvano Toti, stessi nomi della Nuova Fiera di Roma) grazie alla convenzione firmata nel 2009 con il Comune: ora nell'affare di riconversione sono entrati anche gli immobiliaristi francesi De Balkany. I privati dovevano costruire in cambio di una concessione dell'area di 60 anni: previsti negozi e multisala, biblioteche e studentato, centro anziani (unica parte realizzata insieme agli uffici municipali) e ristoranti. Una enorme piazza commerciale che integrava persino i caratteristici silos che svettano sui padiglioni, anche questi da restaurare e non demolire. L'ex assessore alla Trasformazione Urbana della giunta Marino, Giovanni Caudo, aveva ridotto le cubature del commerciale in favore di quelle pubbliche. Stravolto ormai il vecchio masterplan disegnato dall'archistar Rem Koolhaas, vincitore del bando internazionale del 2005 voluto dal sindaco Walter Veltroni, tanto che l'artista olandese nel frattempo ha ripudiato il progetto. Mentre le fazioni a 5 stelle lottano, intanto i costruttori paventano ricorsi milionari: hanno già pagato sette milioni di euro di concessioni per un progetto mai nato e dovranno sborsare un canone annuo di 165mila euro, ha riassunto dal Comune il Responsabile unico del procedimento Andrea Borghi.