Non si può stare a Roma, come avevano ben capito i padri dell'Unità d'Italia a cominciare da Cavour, senza avere un'idea grande. Allora non si usava la parola visione, che è più moderna. Ma questo è il nocciolo della questione. Da mesi, anzi da oltre tre anni, il dibattito sulla città è prigioniero del tema dello stadio. Mostrando una volta di più quanto siano asfittiche le discussioni su una Capitale che merita un altro, e più alto, livello di dibattito. La querelle stadio sì-stadio no è anzitutto una foglia di fico che copre l'assenza di progetti veri e di prospettive per il futuro della Capitale. È il tipico esempio dello "sguardo breve" che i migliori statisti hanno sempre considerato il vero nemico del buon governo. L'insieme delle polemiche sullo stadio ha immiserito la questione, tradendo il senso più intimo di un progetto per la città. A fronte di un gigantismo («E il modo ancor m'offende», direbbe Dante) che riguarda l'ampiezza dell'opera, la mole spropositata delle cubature, l'affidamento del progetto a un archistar, non si può che registrare il nanismo di un'impostazione che guarda a interessi particolari e non generali. Di fatto snaturando l'obiettivo preposto, molto semplice, che è quello di realizzare una struttura sportiva. Tant'è che un'apposita legge lo consente alle società di calcio: in altri centri, come Torino, esistono impianti di questo tipo sui quali non gravano ombre di speculazione e che offrono un servizio ai cittadini. Sono queste alcune delle ragioni per cui il Messaggero, nel corso di questo dibattito, ha fatto sentire con nettezza la sua voce critica. La nostra cultura liberale ci vieta, quasi per statuto, di essere contrari all'innovazione. Altrimenti non avremmo scomodato Cavour all'inizio di questo scritto. Questo giornale ha condotto battaglie contro le clientele in tutti i settori, proprio a riprova della sua vocazione a dare ossigeno e valori forti alla Capitale. Roma in questi decenni ha gravemente sofferto di un deficit di innovazione. La causa madre di questo ritardo, che ha messo la città in posizione di clamoroso svantaggio rispetto alle altre metropoli europee, si chiama «cedernismo». Un'espressione intimamente connessa alla parola declino. Il cedernismo - dal nome dell'urbanista e ambientalista Antonio Cederna, dominus di una lunga stagione all'insegna della concezione immobile e pietrificata della storia di Roma - è un impasto di conservatorismo ideologico, di decrescita infelice e di anticapitalismo mascherato da ecologismo. Questa cultura sprezzante dei bisogni di modernità, mobilità e vivibilità ha dato alle Soprintendenze la copertura ideologica per agire come centrali di veti ai danni di Roma. L'ultimo esempio è arrivato proprio con il vincolo posto sulle tribune dell'ippodromo di Tor di Valle (incomprensibile tutela a un bene insignificante) che viene indicato, dai fautori del no, come una delle ragioni - anzi come la ragione stringente - per non fare lo stadio in quell'area. Ma ci sono altre e ben più fondate ragioni - come vedremo - per smontare alla radice la natura di questo progetto. In questo caso, come in altri, la Soprintendenza ha imposto un veto per futili motivi. Si può negare il progetto sulla base di chiare ed evidenti motivazioni razionali ma certamente non per un diktat capriccioso e figlio di un'impostazione che si è rivelata letale per le sorti di Roma. La trasformazione moderna della città è stata impedita da pretesti cervellotici e sempre senza misura. All'insegna dell'affermazione di potere di queste Soprintendenze, di cui si dovrebbe procedere a una radicale riforma. Il «cedernismo» di cui stiamo parlando ha provocato a Roma quei danni irreparabili, legati per esempio alla lontana ma purtroppo ancora attualissima polemica sull'hotel Hilton a Monte Mario. Di quell'approccio ancora oggi paghiamo i segni nel vedere come i turisti a Roma non trovino alberghi all'altezza della concorrenza internazionale. Tutto è stato ingessato, perciò siamo contrari ad un ennesimo colpo di testa. Inorridiamo davanti a questa forzatura con cui la Soprintendenza vuole bloccare un'opera gravata da assai più ponderosi handicap che ne determinano l'inopportunità. Un simbolo della paralisi conservatrice è anche quel vincolo sul Forlanini che impedisce a Roma di dotarsi di un grande ospedale moderno. E si pensi, ancora, ai vincoli sulle caserme di viale Giulio Cesare che potrebbero diventare una parte del cuore pulsante di Roma. Non dobbiamo mai dimenticare che questa è una capitale che può vantare antiche meraviglie ammirate in tutto il mondo come il Campidoglio, il Colosseo e San Pietro, non una città dell'Alaska costretta a proteggere un fabbricato considerato storico e di pregio solo perché ha cento anni, non disponendo di altre antichità migliori. Qui, invece, le Soprintendenze dettano legge su tutto: hanno un indiscriminato potere privo di controllo democratico - non essendo elettive - e davvero spropositato. Mentre le Vestali della paralisi urbanistica e degli eccessi estetizzanti si occupano - ci si passi l'immagine - di lavoretti all'interno di appartamenti del Centro storico, le plurimillenarie mura di Roma crollano per incuria e nell'indifferenza di chi dovrebbe proteggerle ma è troppo concentrato nell'ossequio a codicilli tanto minimi quanto dannosi. E veniamo agli ostacoli veri. Che sono tre. Il primo è il piano regolatore, che a Roma come in qualsiasi altra città non è un atto di arbitrio del Principe ma costituisce il punto di arrivo di un percorso che ha e che deve avere un fondamento scientifico. Aver fissato nel quadrante di Tor di Valle un limite alle cubature significa che queste erano stimate sufficienti e congrue ai bisogni di quella parte della città. Aggiungere, come è avvenuto nel progetto stadio, una mole così massiccia e sovrabbondante di cubature non residenziali altera gli equilibri. Questo eccesso di volumetrie non appare giustificabile per una semplice quanto concretissima ragione: la domanda è calata sia per motivi demografici sia per la crisi economica che attanaglia Roma. Secondo. La viabilità e la sostenibilità per il sistema dei trasporti. È previsto che il progetto, una volta ultimato, potrebbe ospitare fino a 25 mila posti di lavoro negli edifici del complesso-stadio. Il dibattito si è incentrato sulla concentrazione del traffico in entrata e uscita dalla struttura in occasione degli eventi sportivi. Il discorso invece va allargato. Ogni mattina ci sarebbero migliaia di persone che raggiungono quel luogo - cioè il loro posto di lavoro - e la sera ne uscirebbero. Di più: a queste andrebbe aggiunto il flusso di altre migliaia di persone che, per ragioni di lavoro, avrebbero la necessità di recarsi in quel complesso. Con il rischio collasso in un quadrante cruciale dell'Urbe. Terzo. L'alterazione del mercato. Sono passati più di cento anni da quando gli Stati Uniti vararono, nel 1890, la prima legge antitrust: lo Sherman Act. Oggi quelle regole, un vero faro del diritto, appaiono quanto mai attuali e le autorità preposte dovrebbero richiamarsi a quei principi, che oltretutto abbondano nel nostro ordinamento. La concorrenza, già così fortemente penalizzata dal diluvio di cubature non previste dal piano regolatore, verrebbe ulteriormente alterata se chi dovrà costruire gli immobili potrà giovarsi di un costo di partenza fortemente inferiore al prezzo di mercato. La cultura di questo giornale - lo ribadiamo - non è mai stata contraria all'innovazione ma all'alterazione del mercato. E qui ce ne sono tutti gli estremi. Oggi è il giorno del giudizio. Una classe dirigente che finora non ha dato grande prova di sé non può sfuggire alla consapevolezza di quali siano i principi e le regole in campo. Anzi, in nome di Roma, deve dimostrare di esserne all'altezza.
Il Messaggero
24 Febbraio 2017
Roma, Stadio. Quel vincolo arbitrario che blocca l'innovazione
VI
Virman Cusenza
Il Messaggero
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Bene culturale
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