Caro Schiavi, nelle discussioni intorno alle palme di piazza Duomo si parla molto delle palme e molto poco delle palme rispetto alla piazza o in rapporto al Duomo. Ma limitarsi al tema «palme sì-palme no» è come indicare la luna e guardare il dito. Una piazza è fatta di proporzioni che sono date dai volumi. Va vista nel suo insieme. Quella disposizione arborea non entra in rapporto coi volumi, gli spazi, il Duomo e la statua, pregiudicandone le proporzioni. È un belletto. Ma non è tutta colpa delle palme. Quelle di cui si parla non sono nemmeno africane, arrivano dalla Cina. In Europa ci stanno ormai bene. È successo anche a Milano, in piazza Duomo: ma eravamo in pieno Liberty, un secolo fa. Epoca in cui esplodeva il collezionismo botanico ed è in quell'atmosfera estetico-naturalistica che si importava e si esponeva esotismo a piene mani. Le citazioni proposte senza farci capire che il tempo è passato, rischiano di diventare riproduzioni fotografiche. Nelle citazioni in letteratura si mettono le virgolette, che è come mettere uno spazio tra ieri e oggi. E dunque perché proporre «letteralmente» quello che c'era un secolo fa, cioè le palme, e non quello che potrebbe starci meglio? Per capire cosa, proviamo a pensare in modo semplice, con due domande. La prima: cosa serve alla piazza? Serve camminarci bene sopra. E dunque un bel lastricato proprio lì, in quel luogo, ma proporzionato e che connette gli spazi con la storia (che è molto lastricata) della piazza italiana classica. La seconda: cosa serve alle persone in una piazza? Ombra, nel caso. E quindi perché non mettere veri alberi? E sempre lì, nel luogo occupato dalle palme. Infine, serve anche guardarla, la piazza. Godersela, non solo seduti in modo precario sui gradini del Duomo, come accade oggi. Per pensare e guardare occorrono le vecchie buone panchine, ecco cosa serve. Anna Scaravella Cara Scaravella, dovrei dire: non aggiungo altro alle parole di un'autorevole paesaggista. A parte qualche riserva personale sul gusto estetico della Soprintendenza; a parte che incendiare le palme e ogni altra pianta è da imbecilli, come vandalizzare i muri; a parte che uno sponsor non ha libertà di fare quel che gli pare (e se avesse voluto seminare mazze di tamburo?); a parte che il Comune poteva essere più avveduto: perché Starbucks sì e Renzo Piano no? Tanto per dire, io le palme le avrei messe in piazza Lima... Giangiacomo Schiavi