Richiedenti asilo a scuola da Italia Nostra per diventare manutentori, carpentieri o agronomi Hamza e Yazan: «Finalmente una soddisfazione» Ogni volta che parla, Peppino, 78enne volontario dal pollice verde, fa la sua «magia». Non si sa come, senza spiccicare una parola d'inglese né gesticolare, riesce a spiegare nel dettaglio i compiti a due giovani che vengono dall'altra parte del mondo. Peppino parla, con il suo accento meridionale. E Hamza e Yazan eseguono. Ed è sudore, e fatica. Ma anche «tanta soddisfazione» giurano. «Siamo contentissimi, dopo mesi di noia». Hanno 23 anni. Uno è libico, l'altro siriano. Sono in Italia da qualche mese. Ospiti del centro di via Fratelli Zoia. In patria erano studenti: d'ingegneria l'uno, di letteratura araba l'altro. Per il resto, sono il giorno e la notte. Il primo, alto e smilzo, sorprende per il suo sorriso. Il secondo ha lo sguardo serio e il fisico massiccio. E se Hamza vorrebbe trovarsi qui un lavoro «e magari continuare gli studi», Yazan ha altri piani: «Voglio tornare in Svezia, dove c'è la mia famiglia». Lassù c'è stato, prima che un controllo rivelasse che le sue impronte erano già state registrate in Italia, dove per le regole europee è dovuto tornare. Hamza e Yazan sono due dei migranti a cui «Italia Nostra-Bosco in città» offre una chance «per uscire dall'inoperosità». Il progetto coinvolge piccoli gruppi (finora 15 persone), formati e messi alla prova nella gestione di un parco. Due settimane alle prese con la cura delle piante e lavori di manutenzione e carpenteria. Quando al mattino Hamza e Yazan arrivano al «semenzaio», dove nascono i nuovi alberi, la nebbia è bassa e l'umidità non dà scampo. Pochi minuti e sono già a vangare per fare spazio ai semi. «Mi piace lavorare la terra, avevo un orto ricorda il siriano e poi finora abbiamo avuto troppo tempo libero. Only sleep and eat, no good». È della stessa idea Abera Teshome. È immerso tra gli alberi. Insieme ad altri volontari, è indaffarato con le cesoie a pulire il sottobosco da rovi e piante infestanti. Per lui è un ritorno all'infanzia: «Mio padre era contadino». Ha 37 anni e una famiglia in Etiopia. Anche Abera, ex poliziotto, è stato rispedito indietro dalla Svezia. Ora sogna di farsi raggiungere dalla famiglia «e intanto inizio a studiare l'italiano per trovare un lavoro». Il lavoro qui non manca. Un ragazzo ha abbandonato: «Non ce la faceva fisicamente. È faticoso spiega il coordinatore Giuseppe Venezia ma vogliono tutti darsi da fare. Ci danno un grande aiuto». Hanno smantellato e ricostruito cento metri di passerella in legno; hanno realizzato un ponticello; e sostituito 300 metri di recinzione. Dopo la fase sperimentale, l'obiettivo di questa «palestra verde», come la chiama Luisa Toeschi, presidente di Italia Nostra Milano Nord, è «formare squadre di richiedenti asilo da far intervenire su chiamata di comitati, associazioni, scuole e istituzioni, per curare giardini e spazi verdi. È per loro un'occasione di formazione e inserimento nella nostra società». L'assessore Pierfrancesco Majorino è entusiasta: «È una bellissima scommessa che indica un modello per l'Italia: i fragili sono una risorsa per la cura della città».