Spinosa: «Raro esempio rinascimentale anche se rimaneggiato nell'Ottocento, va portato a Castel Nuovo». De Divitiis (Fai): «No, insegniamo il rispetto alla gente» Napoli. Si apre tutte le mattine da 557 anni in via San Biagio dei librai e il caso che lo riguarda non è ancora chiuso. Anzi. È partita, infatti, domenica scorsa la richiesta di un vincolo per il portone di Palazzo Diomede Carafa. Dopo l'intervista del Corriere del Mezzogiorno a Marina Colonna, presidente della sezione campana dell'associazione «Dimore Storiche» che dei preziosi battenti ha promosso il restauro, Italia Nostra ha inviato alla Soprintendenza ai Beni architettonici un'istanza per ottenere una tutela specifica. «Benché il palazzo sia già sottoposto a vincolo - dice Guido Donatone, presidente napoletano dell'associazione ambientalista - abbiamo ritenuto opportuno sollecitarne uno ad hoc per il manufatto ligneo. E questo alla luce degli esiti della diagnosi investigativa sul portone in base ai quali, come riportato dal vostro giornale, l'ultimo riassemblaggio di pezzi di varia epoca risalirebbe all'Ottocento, fatta salva la datazione delle formelle che rimane fissata al 1460. Ci siamo mossi con urgenza per un timore: qualcuno potrebbe ritenere che il valore del portone sia diminuito e per questo si decida di lasciarlo dov'è. I battenti, sia pure rimaneggiati nel tempo, rimangono un esempio unico da tutelare e conservare magari a Castel Nuovo come indicato sul Corriere da Nicola Spinosa». E proprio lo storico dell'arte che da queste pagine aveva denunciato la necessità di un imminente restauro e della sua successiva musealizzazione, commenta le nuove scoperte: «Apprendo con molta soddisfazione la notizia del recupero promosso dall'organismo presieduto da Marina Colonna e leggo con interesse l'esito di questa indagine. Quando ero soprintendente e portai avanti il primo tentativo di salvare il portone, non fu possibile fare un esame perché, detto francamente, i condomini non ci fecero nemmeno avvicinare. Nonostante le prevedibili manipolazioni, i battenti rimangono di grande pregio. Il fatto poi che l'ultimo riassemblaggio risalga all'Ottocento non ne diminuisce affatto il valore. L'Ottocento è un periodo importante per Napoli ed già storicizzato. Se si restaura la fontana di piazza Trieste e Trento cosiddetta "del carciofo" che è del 1950, figuriamoci quale riguardo dobbiamo avere per un'opera d'artigianato rinascimentale. E ribadisco la mia posizione: il portone, dopo il restauro encomiabilmente promosso, va sostituito con una copia o un altro più semplice e l'originale va sistemato a Castel Nuovo, affianco ai battenti di quest'ultimo che sono coevi. Non vogliamo mica lasciarli in balia di noi napoletani? Potrebbe accadere quello che successe dopo il recupero dell'arco dello stesso Maschio Angioino che, fresco di recupero, fu deturpato con pittura rossa. Ben venga il vincolo della Soprintendenza che poi dovrà decidere però, anche nel rispetto di chi ha raccolto i fondi, di metterlo in salvo. Le ipotesi di tutela in loco, ricoprendo ad esempio le formelle con un cristallo, non sono convincenti perché si creerebbe un danno ulteriore: si produrrebbe una condensa che lo farebbe marcire». Maria Rosaria de Divitiis, presidente del Fai Campania, di portoni (e non solo) se ne intende visto che l'associazione che presiede ha appena realizzato il ripristino dei battenti del Museo Filangieri: «Seguo da anni le vicende di Palazzo Diomede Carafa - dice - da quando con le Assise di Palazzo Marigliano, presiedute da Gerardo Marotta, riuscimmo a far liberare il piano nobile occupato da una scuola elementare, dove presto si trasferirà la Soprintendenza Archivistica. Già da allora, con la funzionaria Gemma Cautela, si pose il problema della musealizzazione del portone. Il mio parere è, però, diverso: preferirei che rimanesse dov'è per non depauperare ulteriormente il centro antico. È così bello vedere risplendere il portone Filangieri al suo posto, perché non auspicare una sorte analoga a quello Diomede Carafa sebbene assai più antico? Anche l'assemblaggio ottocentesco, infatti, è di pregio considerando il valore che ha un lavoro ebanistico di quell'epoca. Non possiamo mettere in un museo tutto il centro storico. Bisogna combattere perché questa città rispetti i suoi monumenti lì dove sono».