Gli eccellenti servizi giornalistici sulla nostra città devastata, corrosa, abbandonata sono una miniera straordinaria di informazioni, ma un dolore acuto, una fitta al cuore a chi prova affetto e forse amore per questa città che sta, temo, diventando un paesaggio di rovine. La nostra cronaca documenta con foto che parlano da sole le tappe di questa via crucis, di questo percorso del dolore. Che non è solo costellato di buche, strade disselciate, cassonetti ricolmi, maleodore, trasporti pubblici disastrati, l'arroganza dei monopolisti della porchetta ambulante, una vita quotidiana impossibile, le scene ordinarie del nostro degrado inarrestabile. No, sono i grandi monumenti della devastazione, le cattedrali della catastrofe urbana che procurano una sofferenza indicibile. Dolore. Rassegnazione, forse. Chi ci salverà? Chi rimetterà in sesto gli spazi un tempo vivaci e colorati, dell'ex Fiera di Roma di cui la nostra cronaca ha documentato proprio in questi giorni l'orrendo abbandono? Porte sfondate, vetri in frantumi, strutture cariate, il cigolio dei relitti sbattuti dal vento, il rame rubato. Come se i lanzichenecchi avessero voluto radere al suolo i segni di una città che sapeva essere, con quella che era la su Fiera, il luogo dello scambio, del commercio, della socialità. E nessuno intervenisse più. E l'abbandono fosse il destino ineluttabile, un destino di desolazione, di questi luoghi violentati dalla nostra incuria. Che dolore, appunto. E che dolore assistere impotenti allo scempio di quello splendore dello Stadio Flaminio, le sue gradinate, la tribuna coperta, il verde del campo, la prossimità con un'altra meraviglia come il Palazzetto dello Sport, non ancora massacrato, per fortuna, al pari del suo sventurato vicino. Adesso dicono, la Soprintendenza dice, che l'ippodromo di Tor di Valle è un gioiello architettonico, perché l'architetto Lafuente realizzò per le Olimpiadi del 1960 il massimo esempio al mondo di «parabolide iperbolico» che adesso non può essere oscurato da uno stadio e dai grattacieli. Ma se era così importante, quel gioiello architettonico, come il suo cugino Velodromo all'Eur che invece fu demolito senza scrupoli per far crescere al suo posto una landa desolata (chi sono i barbari?), allora perché hanno aspettato tutto questo tempo prima di dirlo? E perché quel gioiello oggi è diventato dopo decenni di incuria un festival di detriti e di sporcizia, di erbacce e di terra arsa, di calcinacci, di sedili spezzati, di luridume e degrado? Il viaggio del dolore non finisce qui. Cosa è stata per decenni la stazione di Vigna Clara costruita nel '90 per i Mondiali, costata tantissimo, mai usata, lasciata a se stessa, oscenamente abbandonata? Oppure le macerie di una Città dello Sport mai nata dalle parti di Tor Vergata, ferri ritorti, lastre distrutte, un pantano di fango, calcinacci, vetri rotti accanto con la vela di Calatrava che sta lì, visibile da lontano da chi va verso Napoli e l Sud, monumento incompiuto, segno di una cialtroneria senza fine, una quantità pazzesca di quattrini pubblici buttati via, il discredito di ogni «grande evento» che tutti sappiamo ingoierà risorse infinite e lascerà infinita tristezza in una città che lì dentro sembra un paesaggio da guerra dei Balcani. Che dolore. Che dolore la galleria che dal lungotevere del Santo Spirito porta all'Aurelia, chiusa, sbarrata, impraticabile, abbandonata. Che dolore vedere la foto della nostra cronaca in cui viene immortalato un gruppo di eroi che, con sacchetti e paletta, coprono da sé, con una dedizione commovente, le buche stradali che non saranno mai aggiustate, di cui non si occuperà mai nessuno, perché la Roma dei luoghi devastati è senza governo, di fatto, perché i nuovi arrivati passano il tempo a occuparsi di faide, poltrone, incarichi, dossier, polizze. Che dolore non potersi fidare di nessuno. Che dolore avere la certezza che la storia dell'inferno romano è storia antica, che non comincia certo con l'attuale amministrazione della città. Che dolore essere sicuri che anche gli altri partiti e movimenti al massimo sono capaci di balbettare slogan vuoti e insensati, «il cuore di Roma», «Roma riparte», «la Roma del futuro», ma non hanno la minima idea di come salvare lo Stadio Flaminio, l'ex Fiera di Roma, l'Ippodromo, la galleria, la mai nata Città dello Sport. Incompetenti, attorcigliati alle loro formulette insulse. E vogliamo mettere anche la nebbia in cui sono immersi quando li si interroga sulla destinazione di altri immensi spazi come l'ex Mercato generale, oppure tantissimi, magnifici padiglioni dell'ex Mattatoio solo in minima parte riattivati dal Macro, dalle scuole di musica, dalle mostre di fotografia, oppure del Teatro Valle, altro gioiello violentato? Che dolore, il dolore della disperazione, della rassegnazione, dell'impotenza. Un sentimento non politico, mi rendo conto. Ma è un sentimento molto diffuso. E dalle parti del Campidoglio nemmeno sono capaci di accorgersene.