MINIMONDI. Ha una lunga storia la "miniatura" in 3D che ha reso a dimensioni in scala oggetti, figure umane e luoghi dove farle abitare. La prima traccia è in Vitruvio, che scrive dell'intenzione di Dinocrate di Rodi di trasformare il monte Athos in una statua di Alessandro Magno: per scolpirla, fece la prova su un modellino. Fino ai monumenti, come la cupola realizzata nel Quattrocento in prima persona da Brunelleschi dopo aver costruito la sua sorella maggiore, Santa Maria del Fiore, fino al parco di miniature di Klagenfurt in Carinzia, dove sono riusciti anche a ridurre un grattacielo a misura di gnomo. Oggi plastici e maquette sono richiesti per partecipare ai concorsi di architettura. Nell'Ottecento il grande plastico di Pompei, commissionato da Giuseppe Fiorelli a quelli che si chiamano "felloplastici" (modellatori di sughero) doveva avere due funzioni: conservare la memoria di ciò che il tempo avrebbe distrutto e documentare lo stato degli Scavi borbonici a mano a mano che le domus venivano alla luce. Ieri la presentazione del primo step concluso per lo studio del plastico che si vede al piano superiore del Museo archeologico nazionale. Cominciato di fatto due anni fa a cura dell'Ibam del Cnr, su una proposta che partì ancora prima da Stefano De Caro e Valeria Sampaolo, ex soprintendente archeologo di Napoli ed ex direttrice del Mann, il progetto è stato raccolto come un testimone dall'attuale direttore, Paolo Giulierini. Che prevede per il 19 maggio l'inizio di un utilizzo nuovo e completo di questa monumentale eredità del passato, inscritta nella storia culturale di Napoli perché strettamente collegata anche all'arte presepiale. Il plastico si vede già quasi tutti i giorni, ma fra tre mesi il salone che lo contiene sarà ridipinto, la balaustra con il camminamento superiore per la veduta a volo d'uccello ripristinata. Pompei sarà più vicina a Napoli, anche se vista in miniatura. È in corso di realizzazione una app che consentirà la messa a fuoco su ogni insula della gigantesca maquette in sughero e una sinergia con l'area archeologica rappresentata fornirà analoga app anche ai visitatori di Pompei, che potranno effettuare la visita sulla scorta del plastico, come avendo sotto gli occhi una pianta tridimensionale che in più ha una storia di oltre un secolo sulle spalle. Il plastico di Pompei non ha più segreti e si rivela, pur con le sue sempre motivate infedeltà alla realtà archeologica, uno strumento tutt'altro che obsoleto. In qualche caso, come ha sottolineato il ricercatore della Normale di Pisa Giulio Amara, che ha partecipato al progetto, è la sola traccia rimasta soprattutto di intonaci dipinti sulle pareti di alcune domus, documentati prima da disegnatori e poi staccati. Molti credono che la Pompei scavata dai Borbone in poi sia sempre stata come la vediamo oggi. Non è così. E il plastico del Mann è la prova più tangibile. Sarà realizzato un atlante fotografico fruibile insieme con il plastico. Intanto in questo biennio un carrello mobile con una videocamera, illuminando a led il plastico, ha effettuato 1.500 scatti necessari alla modellazione tramite software "Image-based" del paesaggio pompeiano virtuale. Foto perpendicolari e a varie angolazioni: un'aerofotogrammetria come quella che si usa per il territorio, utile all'acquisizione digitale del modello in legno e sughero, risultato realizzato in quattro fasi tra il 1861 e il 1930, da mani diverse, di artigiani e miniatori, tutte riconoscibili. Dopo essere stato esposto per qualche anno in un piccolo locale a nord del Foro di Pompei, danneggiato dall'umidità, fu trasferito definitivamente Archeologico nel 1925. Non è solo "casa di bambola". «Le tecnologie digitali - spiega Daniele Malfitana, direttore Ibam Cnr - possono accrescere il processo di acquisizione».