Non si sa chi l'abbia dipinta e in che anno sia stata realizzata, e che sia un bene culturale è ancora da stabilire. Ma quella «Sacra famiglia» databile tra il '600 e il '700 è finita in mezzo a una triangolazione di chi voleva venderla cambiando poi idea, chi l'aveva venduta e chi l'aveva acquistata. Una storia complessa per la quale ora tre persone andranno a processo. Il quadro è sotto sequestro, custodito all'Accademia Carrara. È la Sacra famiglia, con Gioacchino e Sant'Anna, Elisabetta e il piccolo Giovanni Battista. Una rappresentazione insolita che la caratterizza per «modernità», dice il pm Fabio Pelosi. Un magistrato, sì, perché attorno all'opera si è attorcigliata una matassa artistico-giudiziaria. Gianmaria Ravasio e don Carlo Gelpi, uno restauratore e l'altro ex parroco di Sedrina ora in pensione, sono a processo. Il pm contesta loro il passaggio dell'opera tra vendita, restituzione e affidamento a una terza persona, senza comunicarlo alla Soprintendenza. Si deve fare, quando si ha per le mani un bene di valore artistico-culturale, perché lo Stato ha diritto di prelazione. È questo il punto che rende complessa la vicenda: non si sa chi l'abbia dipinto, potrebbe valere 30.000 come 300.000 euro, si sa solo che è del Seicento o del Settecento. Non c'è una perizia, l'unico che ha detto la sua al pm, perché l'aveva già visto per altri motivi, è Vittorio Sgarbi: il quadro non ha un grande valore, è più l'esercizio di un allievo che la mano di un maestro. Il passaggio dell'opera è una triangolazione. Ravasio la riceve da Roberto Maggi, titolare della casa editrice Larus fallita, prima come vendita e poi mandato a vendere. Maggi, poi, la rivuole ma Ravasio l'ha venduta a don Gelpi per 25.000 euro a fronte di una fattura di 66.000 euro anche per altri affari d'arte. Allora va dritto in canonica e si fa sentire con il parroco, che a quel punto rimanda il quadro a Ravasio perché ne chiariscano la proprietà. Alla fine l'opera viene trovata dalla polizia giudiziaria in un garage di via Lunga e finisce sotto sequestro. Maggi denuncia Ravasio per appropriazione indebita (viene assolto) e finisce anche lui a processo, che è in corso, come Ravasio e don Gelpi. Il nodo della vicenda è se il quadro abbia o no valore culturale. Sì, dice il pm, che chiede la condanna a 6 mesi (anche per il tentativo di trasferirlo all'estero, su cui lo stesso pm ammette esserci solo la parola di Maggi): «Si dirà che non è un bene di pregio, ma il valore va valutato anche dal punto di vista storico. E gli imputati lo sapevano». No, sostengono gli avvocati Giovanni Bertino e Marco Nossa per Ravasio, e Alessandro Zonca per don Gelpi, che chiedono l'assoluzione. Bertino: «Il concetto di bene culturale non può essere esteso a tutto il patrimonio, altrimenti verrebbe meno la ratio della norma che tutela solo le opere importanti. Il quadro va restituito a Ravasio, legittimo proprietario». E Zonca: «Non si conoscono la provenienza, l'epoca, l'autore. Mancano indicazioni sul valore culturale di questo quadro: non ha valore di identità». Poi consegna al giudice una dichiarazione scritta di Ravasio, del 2016: «Qui conferma che il quadro è di don Gelpi». Dove finirà l'opera, dipende dalla sentenza, il primo marzo. Il pm chiede la confisca.