Cremona, scongiurato il via libera alle ruspe nell'area pleistocenica La difesa ecologista di Pianalto della Melotta, altopiano che spicca in mezzo alla Pianura Padana, salvato da ruspe e trivelle. Un «geosito» considerato tra le più importanti aree alluvionali d'Europa. Un altopiano che con i suoi quindici metri spunta in mezzo alla piattezza della Pianura padana. Lieve ondulazioni e avvallamenti che si estendono per nove chilometri in lunghezza e tre e mezzo in larghezza. Un geosito antichissimo e unico nel suo genere, considerato una delle più importanti aree alluvionali europee. Eppure il Pianalto della Melotta, il piccolo paradiso attraversato da un naviglio secolare e compreso tra i comuni cremonesi di Romanengo, Casaletto di Sopra, Ticengo e Soncino, ha rischiato seriamente di trasformarsi in una banale e gigantesca cava di argilla. Lo sarebbe diventato se il fronte ecologista compatto (Fai, Wwf, Legambiente, Italia Nostra) non avesse dato battaglia sino a portare il caso davanti al Consiglio di Stato e strappare, come scritto dal Corriere della Sera nei giorni scorsi, una vittoria che allontana la minaccia di ruspe, camion e trivelle. In un primo tempo la Provincia di Cremona aveva riconosciuto il pregio geologico, naturalistico e paesaggistico del Pianalto al punto da qualificarlo come l'emergenza principale del territorio. Ma, nel 2012, l'ente ha cambiato radicalmente la sua posizione spianando la strada alla richiesta di escavazione, presentata da Cave Danesi spa (con il sostegno di una lettera dell'allora governatore Roberto Formigoni), in prima battuta sino a 2 milioni di metri cubi di argilla. Uno scempio. Ancor più alla luce dell'inquadramento di Daniele Meregalli, responsabile Ambiente Fai: «Parlare di geositi, e Regione Lombardia ne ha censiti 264, sembra parlare di un concetto astratto. Non sono un fiume, un lago o un bosco, ma nelle loro rocce è scritta la memoria del pianeta. Nel Pianalto della Melotta è possibile leggere il processo geologico che ha fatto incontrare la catena degli Appennini e quella delle Alpi. Il Pianalto presenta, nella sua unitarietà, una tipologia di suoli completamenti diversa da ciò che gli sta intorno. Perderlo avrebbe significato perdere un modello di gestione del territorio». Non è stato così anche, e forse soprattutto, grazie a una donna coraggiosa che si è battuta strenuamente in difesa del Pianalto, Francesca Bottini, dal 2011 capo delegazione Fai Cremona, che di professione fa la guida turistica. «Sono stati anni lunghissimi, esasperanti, quasi masochistici. Com'è nel nostro stile, non abbiamo lanciato proclami ad effetto ma privilegiato il rigore di una puntuale analisi tecnica». Il principale interlocutore degli ambientalisti è stata la Provincia. «Ci siamo imbattuti spessissimo nei muri di gomma della politica e dei funzionari, basta andarsi a rivedere le risposte sprezzanti, persino umilianti alle nostre osservazioni al Piano cave, le prime sono del luglio 2013». Il «piccolo Davide», come definisce se stessa e gli altri volontari del Fai, non pensava di farcela. «Quando Giovanni Bassi, il geologo di Italia Nostra, mi ha dato la notizia della sentenza, non credevo alle mie orecchie. Quando l'ho letta, non credevo ai miei occhi. È un pronunciamento che fa scuola». In quelle ventuno pagine viene affermato un principio fondamentale: «La tutela del paesaggio rappresenta un interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato». Gli incontri, i convegni e l'attività di divulgazione non sono bastati per fermare la cava. E così, alla fine, non è rimasta altra possibilità che rivolgersi al Consiglio di Stato. Il ricorso è stato patrocinato dall'avvocato Paola Brambilla, presidente del WWF Lombardia, che commenta: «Si è resa giustizia alle associazioni ambientaliste e all'importanza straordinaria di un monumento naturale unico per storia ed ecosistema. Proprio in questi giorni è discussione il Piano paesistico regionale: sarebbe auspicabile che venissero tutelati i geositi». Ora comincia un'altra fase: fare conoscere, valorizzare l'altopiano padano, un patrimonio poco apprezzato, come spesso accade, dalla gente del posto. «Eppure giura la portabandiera cremonese del Fai quando lo si vede, con la sua ricchezza botanica e faunistica, ce ne si innamora».