METTERE a fuoco una situazione di disagio e di allarme per i beni culturali è certamente un dovere da parte dell'informazione, soprattutto perché sui Beni Culturali tutti dicono di voler puntare per rilanciare il futuro della Sicilia. Ma è altrettanto doveroso informare correttamente di tutti gli aspetti a 360 gradi della questione. Prima di tutto sgombriamo il campo dalle nebbie che non ci permettono di vedere nitidamente la vera questione. Cioè che la dotazione finanziaria per i Beni culturali siciliani, si è drasticamente assottigliata, fino la punto da non poter "acquistare una lampadina". Da una sommaria ricognizione e da non esperta di numeri posso solo dire che mi risulta dai documenti ufficiali di bilancio che l'Italia destini ai Beni Culturali dello Stato per il 2017 ben 2 miliardi di euro, mentre la Sicilia solo 11 milioni di euro(al 2018 diventano 10.....). E' evidente che, qualunque ragionamento si voglia fare, per superficie, popolazione, numero di beni culturali in Sicilia non regge, ed è palese che parlare di sprechi è semplicemente insignificante, e anzi direi, fuorviante. In una continua sottrazione di risorse da parte dello Stato nei confronti della Regione, i Beni Culturali sono quelli a soffrire più profondamente e strutturalmente questi tagli indiscriminati, operati sulla base di appropriazioni da parte dello Stato. Non molti anni fa, le somme stanziate nei capitoli dell'Assessorato Regionale Beni Culturali per il normale funzionamento e per le manutenzioni urgenti, restauri, messe in sicurezza, erano certamente più adeguate a quello che è un patrimonio immenso, e che ha bisogno di una costante e normale manutenzione minima, senza la quale, ovviamente, va in malora. Adesso alcuni di quei capitoli sono "PM", che signica "per memoria". La proposta avanzata dall'attuale assessore riferita all'utilizzo del 30 per cento dei biglietti da parte del sito culturale che li emette, cerca di porre rimedio a questa situazione allarmante. Per quanto piccolo sia, il 30 per cento degli incassi è già una boccata d'ossigeno per quelle necessità minime di sopravvivenza dei beni che oggi non sono neanche garantite.Ma bisogna anche essere realisticamente consapevoli che neanche il decantato Louvre fonda sugli incassi dei biglietti il suo ben nutrito budget, bensì su tutto quello che ruota intorno al museo, a cominciare dai servizi culturali strettamente appellati, quali visite guidate, laboratori, ecc. fino alla ristorazione, al bookshop, al merchandising e a tutto quello che vive in emanazione all'aura del bene. E' vero, adesso in Sicilia sono in funzione alcuni "servizi aggiuntivi", ma riferiti solo a quelle realtà appetibili dal punto di vista dell'affluenza di pubblico: nessun imprenditore privato è interessato a siti minori che non garantiscono un guadagno sufficiente per un investimento importante. E allora, cosa dobbiamo fare con i siti di fascia immediatamente inferiore fino a quelli sperduti, chiusi e non utilizzati? Dobbiamo capire che oggi c'è una quantità di giovani preparati e in gambissima, che aspettano solo l'occasione di poter mettere alla prova le loro capacità per far sviluppare un settore che - diciamocelo francamente - è ingessato a causa della eccessiva burocratizzazione di leggi, norme, cavilli, contratti, che sono l'esatto contrario di quello che servirebbe, e che non possono essere né ignorate né bypassate dai dirigenti, a pena di denunce, multe salatissime o addirittura licenziamento. Sono convinta che se si rendesse molto più facile l'accesso a giovani o cooperative di giovani qualificati, per una collaborazione con le strutture cui afferiscono i beni culturali, si potrebbe arrivare ad un radicale capovolgimento di questa situazione in atto, come ben dimostrano i casi in cui, anche in Sicilia, questo percorso è stato pioneristicamente attivato. Arricchire i siti di tutto quello che oggi è assolutamente necessario ed indispensabile, e per prima cosa la comunicazione, oggi esigenza primaria, fino alla possibilità di gestire i siti cosiddetti minori, con tutti i servizi di contorno, sfrondando l'inestricata giungla dei processi decisionali e delegandoli alla responsabilità del singolo direttore della struttura, tagliare tutti quegli appesantimenti burocratici e alleggerire il settore, bene, significa mettere in atto una sinergia vincente e intelligente di pubblico e privato. La congiuntura in atto richiede soluzioni adeguate alla complessità della situazione, che non possono essere certo le strombazzate soluzioni dei super manager "esterni", i quali, oltre a non essere Superman, peraltro, peserebbero sul bilancio dei Parchi autonomi in misura sostanziale, essendo il tetto di retribuzione previsto di 240.000 euro l'anno. Certamente non risolverebbero i problemi sostanziali, stante che non è l'incapacità di chi è a capo, bensì la irrisolvibile situazione di base, come ben evidenzia il caso di Agrigento, che invece con un'autonomia che va avanti da 16 anni, ha dimostrato e dimostra di essere perfettamente all'altezza del compito e in linea con i risultati degli altri parchi e musei italiani, dopo la "Cura Franceschini" Direttrice del parco archeologico di Taormina