ROMA Il 16 novembre la sesta sezione del Tribunale penale romano affronterà un grande giallo internazionale: scavi clandestini in Italia, mercanti d'arte attivi in tutto il mondo, grandi musei privati americani. E intorno un fiume di dollari. Il presidente Gustavo Barbalinardo aprirà (dopo il primo rinvio del 18 luglio) un processo spettacolare: 200 testimoni, sentiti negli Usa o a Roma, tra curatori di musei ed esperti d'arte, testimonieranno su Marion True, ex responsabile delle acquisizioni archeologiche del Getty Museum di Los Angeles, tuttora membro della direzione scientifica. L'accusa del pubblico ministero Piergiorgio Ferri è pesante: associazione per delinquere, ricettazione di beni italiani esportati clandestinamente. Almeno 42 pezzi archeologici etruschi e romani esposti al Getty (tripodi, anfore, kylix, affreschi di area vesuviana, statue) proverrebbero dal traffico illecito e dovrebbero quindi essere restituiti all'Italia. La difesa di Marion True, affidata agli studi Isolabella di Milano e Coppi di Roma, si batterà con l'agguerrita parte civile, ovvero il ministero per i Beni culturali, rappresentato dall'avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli. La sentenza sarà in ogni caso clamorosa. Se Marion True sarà assolta, il Getty potrà rivendicare piena paternità delle collezioni archeologiche italiane. Se verrà condannata, per la prima volta al mondo il responsabile di un così prestigioso museo americano verrà condannato per ricettazione. E si potrà riaprire la lunga pagina delle contestazioni italiane. A partire dalla Venere di Morgantina, V secolo avanti Cristo, al Getty dal 1988, valutata allora 20 milioni di dollari, «esportata illecitamente» secondo i carabinieri della tutela del Patrimonio artistico siciliano (non riguarda il processo ma è stata sequestrata virtualmente nel 2003 da una sentenza del tribunale di Caltanissetta, caduta in prescrizione). E in una non remota prospettiva l'Italia potrebbe rivendicare gli argenti di Morgantina del Metropolitan Museum di New York, anche loro «illecitamente esportati» secondo i carabinieri. Tutto comincia il 13 settembre 1995. In un deposito del Porto Franco di Ginevra vengono sequestrati 1.973 pezzi archeologici frutto di scavi clandestini, e quattromila fotografie, veri «certificati di autenticità»: vasi e anfore, per esempio, ritratti al momento del ritrovamento. L'intestatario del magazzino (30 milioni di euro di valore) è Giacomo Medici, esperto d'arte, ex proprietario di gallerie, condannato per questo motivo il 4 marzo 2005 a dieci anni di reclusione e a dieci milioni di euro di risarcimento allo Stato italiano. Marion True avrebbe acquistato parte del materiale attraverso la mediazione del mercante svizzero Emanuel Robert Hecht, anche lui imputato. Dice Fiorilli: «Le foto parlano chiaro, i pezzi sono quelli del Getty. In gran parte furono donati come Collezione Fleishman. Ma secondo noi la True intervenne sia per favorire la donazione sia al momento dell'acquisizione. Chi sapeva cosa transitava a Ginevra grazie a Hecht, non può ora sostenere di ignorare la provenienza dei pezzi. La Venere? Se la True verrà condannata, il capitolo si riaprirà». Fiorilli conclude amaramente: «Ho visto la foto di una ruspa di scavatori clandestini con le colonne di una villa romana appena distrutte. Accanto si scorgevano pezzi di affreschi romani, anche quelli ben individuabili. Angosciante. Così come è angosciante l'uso dei tombaroli di ridurre in frammenti i vasi trovati intatti per moltiplicarne il valore sul mercato. E' un peso sulla coscienza di chi acquista». Il Getty fa solo sapere che «il processo coinvolge una persona estremamente rispettata. Siamo sicuri che tutto si concluderà con un'assoluzione e finirà così il danno alla sua reputazione professionale e personale». Stessi toni dagli avvocati Francesca Coppi («molti testimoni sono pronti a dimostrare l'innocenza della cliente») e Francesco Isolabella («Ho grande fiducia nell'istruttoria dibattimentale»). Tra le prove a favore del Getty verrà citata la restituzione all'Italia (al Museo etrusco di villa Giulia a Roma) della Kylix di Eufronio, decisa nel 1999 dopo aver ricevuto una relazione italiana che dimostrava la sua provenienza da Cerveteri, e la donazione di altri tre pezzi nel 2005 (un'epigrafe greca, un candelabro etrusco in bronzo, un vaso da Paestum) considerate «un gesto di buona fede». Ma avverte Giuseppe Proietti, direttore del Dipartimento per la ricerca e l'innovazione del ministero: «Sappiamo che Italia e Usa hanno approcci diversi sui beni culturali e la loro proprietà. Non esprimo un giudizio. Dico solo: attenzione, è impensabile che qualcuno venga in Italia ad alimentare il commercio illecito dei nostri beni violando le leggi. I danni che derivano dagli scavi clandestini a una corretta lettura del contesto storico-artistico-scientifico sono enormi. Nel circuito che parte dal Getty e arriva al traffico clandestino mi pare ci siano troppi legami di "amichevole conoscenza"».