UNA MOSTRA a Catanzaro ripercorre la storia e la fortuna degli studi archeologici sulla Magna Grecia. Un ricco patrimonio da tutelare per l'identità del Sud Magna Graecia, l'antica formula che ha dato il nome all'università di Catanzaro e a questa mostra che celebra la settima ricorrenza della sua fondazione, è espressione nota a tutti, ma utilizzata (nelle generazioni recenti) in sensi diversi, qualche volta perfino opposti. Daun lato, infatti, essa serve a condensare efficacemente una storia antica e illustre, quella evocata (per citare Tomasi di Lampedusa) dai «nomi voluttuosi e atletici di Sibari e di Crotone», e insomma si presta, specialmente a chi quelle regioni abita oggi, come un tema e un motivo di orgoglio e di vanto, di «patriottismo locale». Ma non dimentichiamo che, dall'altro lato, la stessa identica formula è stata usata con significato riduttivo, se non vagamente denigratorio, da chi ha voluto chiamare «intellettuale della Magna Grecia» uno dei nostri politici, di cui voleva forse suggerire l'arcaico arroccarsi in una cultura ormai defunta. Non vale la pena di insistere sulla simmetria e sul contrasto fra questi due opposti usi del termine (si può comunque scommettere che chi ironizza sulla Magna Grecia è nato molto più a nord); sì piuttosto di osservare che essi risentono di opposte retoriche. Da un lato, la retorica dell'arretratezza come male endemico del Sud «magnogreco », dall'altro la retorica degli avi, un «eravam grandi, e lor non eran nati», che tenta di recuperare sul terreno della storia e della tradizione il distacco del Mezzogiorno dalle regioni più prospere del paese. Questa esposizione non condivide, ed è ovvio, né l'uno né l'altro punto di vista. Abbiamo voluto, al contrario, mostrare la marcata discontinuità fra l'età della colonizzazione greca in Italia meridionale e in Sicilia e l'epoca moderna; e perciò raccontare, in una mostra che sin dal nome (Magna Graecia. Archeologia di un sapere) evoca la fatica dell'indagine archeologica, il lento e sempre incompiuto risorgere di quelle antiche civiltà dopo secoli di oblio. In questo percorso narrativo, il filo rosso è non tanto la storia della Magna Grecia, quanto la sua graduale riscoperta dal Settecento in qua. Il suo primo settore («L'inizio della storia») si snoda così in prevalenza attraverso collezioni, locali (Jatta, Santangelo, Capialbi) e non locali (Hamilton, Bonaparte Murat). Il secondo settore, «L'eredità dei fondatori», punta su alcune figure-chiave (Paolo Orsi, Quintino Quagliati, Umberto Zanotti Bianco e Paola Zancani Montuoro), che fra Otto e primo Novecento segnarono il decollo delle ricerche sul campo e della tutela archeologica in Magna Grecia. Il terzo settore, infine, s'incentra sulle «Ricerche di oggi in Magna Grecia», e vuole essere un omaggio, ovviamente e arbitrariamente selettivo, agli studi e scoperte più recenti, all'attività di tutela esercitata dalle benemerite soprintendenze, alle ricerche sul campo condotte (come negli importanti scavi di Rocavecchia qui presentati) anche dalle università. Accanto allo sviluppo delle scoperte archeologiche (e del collezionismo) e a quello degli studi storici va ricordato un terzo, e non meno fondamentale, elemento di questa storia. A partire almeno da Carlo di Borbone (re di Napoli dal 1734 al 1759 col nome di Carlo VII, e poi di Spagna come Carlo III), cresce e si consolida, in parallelo con l'eco di tante scoperte e la conseguente avidità dei collezionisti, la preoccupazione di frenare l'esportazione di oggetti d'arte e d'archeologia dal reame. Simile per più versi a quella di altri stati dell'Italia preunitaria (in particolare, alle ancor più organiche norme dei domini del papa), questa normativa di tutela, che rimase in vigore nelle province meridionali anche dopo l'unità politica del paese, avrebbe dato infine origine alle leggi di tutela dell'Italia unita (la prima fu del 1902), nonché al sistema delle soprintendenze alle antichità. La riscoperta dell'arte greca di Grecia coinvolse in quelle generazioni (del periodo dell'Unità d'Italia, ndr.) archeologi e dotti di tutti i paesi europei (specialmente Germania, Francia e Inghilterra), fecondando e rinnovando profondamente gli studi di archeologia classica. Ma a questo processo gli Italiani parteciparono, all'inizio, tutto sommato assai poco. Gli studi di archeologia greca, infatti, di per sé non erano organici al problema dominante allora in Italia, quello della definizione di un'identità nazionale che il giovane paese, formatosi come entità statale fra il 1859 e il 1870, sentiva il bisogno di fondare e di legittimare proiettandola all'indietro. Perciò l'Ottocento non vide che scarsissime presenze italiane in terra greca, e la Scuola Archeologica Italiana di Atene venne fondata solo nel 1909, sesta dopo quelle francese (1846), tedesca, americana, inglese e austriaca. Fino alle soglie del Novecento le migliori energie dell'archeologia italiana furono indirizzate non verso la Grecia ma, piuttosto, in cerca di radici nazionali. Su questo sfondo, le antichità che si venivano riscoprendo intanto in Italia meridionale e in Sicilia furono viste più nel quadro della conoscenza delle antichità nazionali che in quello di uno studio generale della grecità. In molti studi italiani del Novecento, l'arte magnogreca fu vista come particolarmente originale in quanto impregnata di elementi formali e stilistici di origine «italica » (o comunque locale); in altre tradizioni (soprattutto in Germania) si preferì classificarla come marginale rispetto agli sviluppi stilistici di Atene e della Grecia «propria». Approcci solo in apparenza opposti, che condividono l'idea di una netta separatezza, di un Kunstlandschaft (paesaggio d'arte) magnogreco in qualche misura modificato da mescolanze etnico-culturali con gli «indigeni », e perciò radicalmente diverso da quello della Grecia «propria ». Origini e senso di questa e altre distinzioni si apprezzano solo nel contesto della storia degli studi e delle scoperte, nonché della loro recezione.Ma a essa appartengono anche le immagini «popolari» della Magna Grecia, le opposte retoriche di cui all'inizio si è detto. Non meno degli studi archeologici, esse mostrano con eloquenza che lo studio della civiltà magnogreca e la memoria storica e «identitaria» che se ne è venuta costruendo fra Otto e Novecento hanno, e per molto tempo avranno, cittadinanza speciale in Italia. Un paese, il nostro, per eccellenza «classico», ma non solo per merito di Roma, bensì anche perché ebbe, e può ancora indagare e coltivare, una propria «Grecia interna ». Integrarne sempre più lo studio nell'ambito di quello dell'intera grecità è un compito ricorrente degli specialisti. Non lo è meno l'esigenza di destare la coscienza di tutti i cittadini alla conservazione e alla promozione dei resti di quella Grecia più «nostra » di ogni altra, poiché non può esservi tutela se non condivisa e concepita come elemento portante della società civile e dell'identità civica. Nel Sud d'Italia, la promozione della ricerca archeologica come strumento di autocoscienza e di progresso ha una storia illustre, che il nome di Umberto Zanotti Bianco simboleggia al meglio. Questa mostra, che non a caso culmina in scoperte e studi recenti a opera prima di tutto degli organi di tutela, ha l'ambizione di contribuire non solo alla conoscenza della civiltà della Magna Grecia, ma all'impegno di indagarne e tramandarne le tracce alle generazioni che seguiranno.