Davide Gasparotto, Curatore del Getty Museum Dopo una lunga esperienza di curatore, direttore e funzionario di sovraintendenza in varie città italiane (Parma, Piacenza, Modena, San Sepolcro) da due anni lei è il Senior Curator del J. Paul Getty di Los Angeles. Come mai? «Direi un po' per caso. Ero stato tra il 2011 e il 2012 Fellow al Metropolitan Museum a New York e questa esperienza ha intensificato i miei rapporti con il mondo dei musei americani. Tornando sono stato due anni a Modena, anni importanti per il riallestimento della galleria Estense di Modena importanti ma vissuti con una certa insoddisfazione perché vedevo lacune nel sistema italiano di gestione dei musei. In quel momento è arrivata la proposta del Getty: mi è sembrato presuntuoso non accettarla». Dopo due anni di lavoro sente di aver fatto la scelta giusta? «Credo di sì perché da un lato il lavoro di curatore è lo stesso e cioè occuparsi di allestimento, presentazione e ricerca sulla collezione e occuparsi delle acquisizioni. Questo ultimo aspetto delle acquisizioni è più caratteristico dei musei americani. In Italia gli acquisti sono rarissimi. Ma mentre l'esperienza italiana porta a conoscere in profondità il territorio perché il legame tra museo e territorio è inscindibile, in America il museo è un microcosmo. Una collezione come quella del Getty ambisce a rappresentare tutto lo spettro della storia della pittura europea. Devo andare oltre il mio specialismo sulla cultura italiana. Posso comperare dipinti dall'epoca di Giotto del secondo '200 fino all'epoca del giovane Picasso in tutta Europa. E questo è molto eccitante». Oggi però i prezzi sono inabbordabili per i musei «Per gli old masters (la pittura prima del '900) non è così. Le cose importanti hanno un prezzo significativo, ma non impossibile. Ho comperato la Danae di Orazio Gentileschi nel gennaio del 2016 a un'asta di Sotheby's per 30 milioni di dollari e il Nudo Rosso di Modigliani è stato venduto all'asta pochi mesi dopo per 180 milioni di dollari». Avete molti soldi da spendere? «Abbiamo un budget cospicuo, ma per certe acquisizioni speciali i trustees del museo possono mettere a disposizione risorse ulteriori. Certo il Getty ha un potere d'acquisto superiore a qualsiasi museo compreso il Metropolitan. Tengo costantemente d'occhio il mercato attraverso quello che le case d'aste, gli antiquari e i collezionisti privati offrono. Non ho un'agenda precisa ma so quello che manca al museo. La mia acquisizione migliore? Un dipinto meraviglioso di Parmigianino, una Madonna con il Bambino San Giovannino e Maria Maddalena». Quante opere avete? «Abbiamo 430 dipinti e la settimana scorsa è stato approvato il progetto di un libro sui 100 capolavori della nostra collezione. Tra le nostre opere importanti ci sono L'alabardiere del Pontormo, il San Bartolomeo di Rembrandt e le Iris di Van Gogh. Il Getty non è un museo enciclopedico come il Metropolitan o il Louvre, vuole mostrare il meglio dell'arte europea dai greci agli impressionisti. Un museo di opere scelte». Quali sono i progetti futuri? «In autunno faremo una mostra dedicata al mio pittore preferito nel Rinascimento italiano: Giovanni Bellini. La mostra sarà: Giovanni Bellini e il paesaggio. Con gli Uffizi stiamo progettando una mostra piccola ma preziosa che avrà come protagonista Pontormo. Nel 2019 una mostra dedicata agli ultimi dieci anni di carriera di Manet. Questa mostra nasce intorno al capolavoro di Manet che abbiamo comperato nel 2014 (Le printemps) che è un ritratto dedicato ad una famosa attrice». Uno dei suoi maestri alla Normale di Pisa è stato il professore Salvatore Settis. Anche lui è stato direttore del Getty Research Institute. Le ha dato dei consigli? «Salvatore è stata la primissima persona cui ho detto che c'era una trattativa in corso col Getty. Mi ha dato consigli ed è stato felicissimo per me ed è già venuto due volte al Getty perché ha ancora legami importanti sia con il museo che con il Research Institute». Non ha nostalgia dell'Italia? «Certo. Intanto del contesto storico. Ho nostalgia del nostro cibo che è molto più genuino. Ho comunque un grande senso di vicinanza con i colleghi passati e presenti. Mi rende molto felice far parte del comitato scientifico del museo del Bargello a Firenze a cui sono legatissimo fin dai tempi del mio discepolato con Paola Barocchi e credo che, pur tra le molte difficoltà, la nuova direttrice del museo Paola D'Agostino stia facendo un ottimo lavoro». Come le sembra che vadano i nuovi direttori dei musei italiani? «È presto per dirlo. Mi sembra che alcuni stiano facendo buone cose e che abbiano da parte del ministero quel supporto che forse noi nel passato non abbiamo avuto. Però non possono fare le nozze coi fichi secchi e anche un bravissimo direttore deve essere coadiuvato da uno staff adeguato. Questa mi sembra ancora la carenza che mi auguro venga colmata con il concorso bandito per i 500 nuovi funzionari». Al Getty lei ha un buono staff? «Certo. Eccellente. Ho dei curatori preparatissimi che vengono da tutto il mondo. Ho un americano, un canadese e un tedesco. E tutta la struttura del museo ha una ricchezza inimmaginabile di personale se lo compariamo per esempio ai musei italiani. Lavorando qui uno si sente di aver un supporto costante e si può concentrare sulle proprie funzioni di curatore».
La Stampa
5 Febbraio 2017
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Davide Gasparotto: "Mi manca l'Italia ma negli Usa i musei sono una potenza"
AL
Alain Elkann
La Stampa
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Bene culturale
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