Parla il fondatore di Calzedonia Sandro Veronesi che ha finanziato il concorso per la copertura dell'anfiteatro, vinto da un gruppo di architetti tedeschi. Con qualche polemica. Si aspettava un simile polverone? «Sì, l'Italia si divide tra chi è contro tutto sempre e a prescindere e chi è comunque per qualsiasi rivoluzione. Il problema è che il tempo fa invecchiare l'Arena e il pubblico pretende standard più alti. Io sono intervenuto per capire come questo è possibile». Ma a lei il tetto sull'Arena piace? «Ho apprezzato il lavoro della commissione che ha selezionato i progetti. La parola ora passa a tecnici ed esperti di beni storici. A me basta aver posto il problema di un Paese, e di una città, che non possono morire di immobilismo, limitandosi a ibernare il proprio patrimonio. Sono un imprenditore, quando vedo una criticità penso a cosa posso fare, non a ciò che devo dire. Sono felice comunque: se si fa, l'Arena si proietta nel futuro restando il più bel teatro del mondo. Se non si fa, risparmio un sacco di soldi». È davvero disposto a finanziare anche la copertura? «Spero interverranno anche altri soggetti privati. Se non fosse così, non mi tirerò indietro ». Sono gli incentivi fiscali a fare oggi degli stilisti i nuovi mecenati della conservazione artistica? «Chi esporta stile sa che deve all'Italia parte del successo. Questo fascino è generato dalla bellezza del Paese. Salvarla è un investimento , ma pure un atto di riconoscenza». Cosa l'ha convinta a buttarsi nell'impresa? «All'estero vedo il coraggio di fondere l'antico con il contemporaneo. Parigi è solo uno dei casi che ognuno ammira. Possiamo farlo anche noi. L'alternativa è ridurci a un museo ammuffito. Ma se la scelta è questa, anche per conservare l'Arena il metodo migliore è imbracciare il badile e seppellirla». Mettere «el capèl» in testa all'Arena, dopo duemila anni, non è uno scherzo di carnevale da «re del gnoco». I veronesi chiamano già la proposta copertura mobile «i nissòi», i lenzuoli, ed essendo pur sempre italiani ovviamente si dividono. È bastato l'esito del concorso di idee internazionale, che tra 87 progetti ha spinto al primo posto quello dello studio «Rti SBPGMP» di Stoccarda e Berlino. Dopo anni di chiacchiere, nella città di Montecchi e Capuleti la guerra tra innovatori e conservatori è esplosa prima ancora che Soprintendenza e Ministero per i Beni culturali decidano se dalle idee si può passare ai fatti. Dietro il ventaglio hi-tech sopra il «colosseo» più a Nord del pianeta, mentre a Verona ente lirico e stagione dell'opera annaspano tra una crisi e l'altra, c'è però il sogno di un altro imprenditore italiano disposto a investire per tutelare o valorizzare il patrimonio artistico del Paese. Si chiama Sandro Veronesi ed è il fondatore del Gruppo Calzedonia, con base a due passi da piazza Bra. È stato lui, con 100 mila euro, a sponsorizzare il concorso di idee bandito dal Comune. Se l'opera verrà realizzata sarà sempre lui, investendo dai 9 ai 13 milioni, a finanziarla. Veronesi, perché è andato a cercarsi simili guai? «Frequento l'Arena da bambino. Prima come comparsa, poi come spettatore e infine da sponsor di stagione lirica e galà sul ghiaccio. Quando mi è stato chiesto se ero disponibile a un intervento concreto per un luogo che amo, la risposta era scontata». Gli altri imprenditori finanziano restauri. Coprire l'Arena sembra invece tutelare gli affari privati collegati più al pop che alla lirica: il suo interesse è culturale o imprenditoriale? «L'Arena è l'unica opera romana ancora usata per il fine originario, lo spettacolo. Per assicurare un futuro vivo ad uno straordinario reperto antico, serve una protezione. Senza un riparo i restauri costano 14 milioni all'anno: la tecnologia offre meravigliose alternative. E poi, se intervenire alimenta il benessere della città, non mi pare un limite». I puristi sostengono che la qualità del suono e il fascino della notte sotto le stelle saranno cancellati da un telone. «Il progetto che ha vinto prevede un anello che sostiene dei veli. Saranno tesi solo contro la pioggia o d'inverno. Anche in epoca romana il velarium riparava il pubblico areniano dal sole. L'acustica, all'aria aperta, non è mai stata il distintivo dell'Arena. E quando le stelle ci sono, restano garantite».