Con Gerardo Marotta scompare un grande italiano. L'Avvocato (così era chiamato anche nella cerchia più vicina) è vissuto circondato da ferree fedeltà e da forti inimicizie. L'anagrafe delle une e delle altre indicherebbe da sola lo spettro delle luci e delle ombre intorno alla sua vita austera e atipica. Perché le più assidue fedeltà di questo intellettuale quasi novantenne si contano fra i giovani che ha socraticamente allevato nel suo Istituto italiano per gli Studi Filosofici, e le più tenaci inimicizie fra i potenti della sua generazione, che avrebbero potuto (io direi: dovuto) essergli compagni di strada. Atipico fu Marotta per il doppio respiro, strenuamente napoletano e naturalmente europeo, del suo pensiero e del suo agire. Non meno inconsueto nel paesaggio italiano era il suo mecenatismo istintivo, non ispirato, come le mode recenti, da modelli americani, ma sorto spontaneamente da una cultura che non si sentiva piena se non largendo a piene mani le occasioni di pensare. Ma forse l'aspetto più singolare di Marotta, il più difforme dal trasformismo che appesta l'intellettualità nostrana, fu la lunga fedeltà agli ideali di una gioventù segnata dalla speranza post-bellica di un'Italia in macerie. In quel contesto Marotta fu tra i giovani che vissero l'esperienza di Cultura Nuova (1947) e poi del Gruppo Gramsci all'interno del PCI (primi anni 50), due cenacoli impegnati a indagare le sorgenti della modernità, cercando in Croce e Gramsci, ma anche in Hegel e Marx, in Spaventa e Omodeo, una visione della storia degna di farsi progetto del futuro. Marotta era fra i leader del gruppo, e con lui Guido Piegari: dopo un duro scontro con Amendola e i suoi accoliti, entrambi furono espulsi dal PCI nel 1954. Storie d'altri tempi, quando nei partiti non c'erano solo conflitti di potere, ma di pensiero. Ne ha parlato da par suo Ermanno Rea, in Mistero napoletano (1995) e poi in Il caso Piegari (2014). Nemici di ogni compromesso, immuni dalla voglia di poltrone e prebende, quei giovani perseguivano attraverso gli studi un'Italia per cui le piaghe della guerra, la resistenza al fascismo e l'alba della Repubblica potessero colmare il vuoto di quella rivoluzione mancata che impedì agli italiani di assorbire fino in fondo il passaggio di sovranità dal re al popolo compiutosi a Parigi. Ma per Marotta Napoli aveva avuto la sua rivoluzione, non meno incisiva di quella francese, anche se spenta nel sangue dopo pochi mesi. Nella Repubblica Partenopea del 1799 egli riconosceva, per una sorta di affinità (o discendenza) elettiva innestata nel suo stesso Dna, la grande occasione mancata di un'Italia che si riconoscesse appieno nei valori della cittadinanza e nella supremazia del bene comune. Perciò, quando ventun'anni dopo l'espulsione dal Pci fondò l'Istituto italiano per gli Studi Filosofici (1975) egli lo visse e lo volle come un heri dicebamus, come la continuazione della sua ardente passione giovanile; perciò volle farne il luogo d'incontro fra saggi del massimo livello (da Gadamer a Pugliese Carratelli) e giovani menti che nel loro pensiero cercassero alimento per i propri progetti del futuro. Perciò, infine, volle collocare l'istituto nel palazzo Serra di Cassano, luogo altamente simbolico perché ricorda il giovane aristocratico (Gennaro Serra) che nel 1799 si schierò coi repubblicani, ma anche la crudeltà del re che lo fece giustiziare, e l'orgoglio del padre che per protesta inchiodò il portone principale del palazzo (simbolicamente riaperto dall'Avvocato nel 1999, duecento anni dopo). «Attualità di una vecchia sconfitta» è il sottotitolo de Il caso Piegari: ma la seconda sconfitta dell'Avvocato è stato il sabotaggio dell'Istituto, a cui vennero progressivamente a mancare i finanziamenti pubblici (a lungo sostenuti da Ciampi), e perfino una sede adeguata per i 300.000 volumi della biblioteca, ora ammassata in casse e magazzini. Con piena fede nel futuro e abnegazione spinta fino al martirio, Marotta supplì finché poté al silenzio delle istituzioni, impegnando il proprio patrimonio personale per acquistare e pubblicare libri, finanziare seminari e borse di studio. Ma proprio questa sconfitta, nella sua brutalità, è l'eredità che egli ci lascia: sapremo trovare un briciolo della sua speranza del futuro, e (ri)dare a Napoli e all'Italia l'Istituto in cui, rivivendo coi giovani la propria gioventù, Gerardo Marotta invitava a pensare il futuro attraverso la ricerca?