Bella, con la sua misurata eleganza, Firenze, che vanta le opere di quei suoi artisti che riscoprirono l'arte classica e modernamente ne ripresero la razio-nalità e la simmetria. Il neoclassico Luigi Lanzi, curatore degli Uffizi, scrivendo la prima storia dell'arte italiana (Storia pit-torica della Italia), usò come metro di giu-dizio proprio quell'arte fiorentina, che giu-dicò, avendola presa a modello, - ça va sans dire - la migliore di tutte. Oggi il fiorentinocentrismo continua ad avere i suoi fautori in prestigiose istituzioni culturali, come l'Istituto del Rinascimento, l'Istituto Villa Tatti e il Medici Office, tutte con sede a Firenze, molto efficaci nel propagandare la cultura della loro città come pressoché unica protagonista del nostro Rinascimento e ad esaltare Lorenzo il Magnifico, detto "l'ago della bilancia" (simmetrico anche lui?) della politica italiana. I fatti qui citati hanno soltanto un valore culturale? No, perché da essi dipendono, più di quanto sì pensi, le file di turisti da-vanti agli Uffizi, la fortuna commerciale dell'artigianato fiorentino e del made in Florence, l'orgoglio dei fiorentini d'esser tali, con quel che segue, e anche la loro di-fesa dei monumenti cittadini, che sono te-nuti con il giusto decoro. Diversissima è la condizione dei monu-menti, del centro storico di Napoli. Da quan-do, nel 1995, è stato dichiarato dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità, ha subito un ul-teriore, accelerato degrado. Tanto che l'Unesco, informata del suo stato da una do-cumentazione videofotografica inviatale dall'avvocato napoletano Lucio Minervini, potrebbe togliere a Napoli il suo titolo. Edi-fici vandalizzati dalle spoliazioni e incerti finanche nella statica per le infiltrazioni dalle reti idriche e fognarie comunali, stra-de maltenute, dissestate e sporche. Segni evidenti di una cattiva amministrazione. E il Comune cittadino, peraltro proprietario di molti edifìci, civili e religiosi, del centro sto-rico, che fa? Tutt'al più si adopera in inter-venti modernistici che tendono a rettifica-re la curvilinea complessità di quella che B. Croce definì una città barocca, cioè anti-classica (e Napoli anticlassica lo fu, sin dal-le origini greche), cercando di distruggere un'identità che la sua mentalità giacobina non può comprendere. E insinua che la re-sponsabilità delle condizioni di questa do-lorante città sia degli stessi napoletani e dei mali endemici dovuti alle pecche della loro storia. Ma è contraddetto dalle parlan-ti pietre del centro storico napoletano, che inequivocabilmente testimoniano la sa-pienza, la laboriosità, l'inesausta creatività, la sensibile umanità di una civiltà magnifica. Così i fatti culturali s'intrecciano con la scottante attualità. Certo al Comune conviene servirsi di una vulgata della storia napoletana che non le rende giustizia. Una vulgata promossa, sin dall'800, dai Savoia, che vollero far crede-re di aver salvato Napoli da un barbaro pas-sato. Ma ora le condizioni politiche sono cambiate e anche gli studi presentano qual-cosa di nuovo. Oggi si può affermare che la Napoli detta ancora nei manuali "sotto gli Aragonesi", ma in realtà con Alfonso d'Aragona splendida capitale di una federa-zione di stati mediterranei tra cui l'Aragona stessa, ebbe un peso politico importan-te nell'Italia rinascimentale. Lo testimonia-no, tra l'altro, i recenti studi sulle fonti di-plomatiche di quel periodo. L'accademico statunitense Vincent Uardi, tra i massimi esperti in questo campo, ha sostenuto che da questi studi potrebbe finalmente essere ridimensionata la figura di Lorenzo de' Me-dici e apparire la grandezza politica del re di Napoli Ferrante d'Aragona e del suo al-leato Francesco Sforza, signore di Milano. Una particolare simpatia vi era tra lombar-di e napoletani, derivata anche dall'affi-nità, a fronte di una certa astrazione fioren-tina, tra il realismo lombardo e l'empirismo napoletano Nel 1977, una bellissima mostra sul Settecento borbonico, organizzata dal compianto Raffaele Causa, che testimoniava l'eccellenza della cultura di quel tempo, stupì gli stessi napoletani. Fino ad allora chi si fosse azzardato a parlar bene de' Borbone e dell'alto livello della temperie culturale che essi favorirono era considerato igno-rante e passatista. Oggi, l'apertura di certi ar-chivi ha prodotto libri che mettono in più giusta luce quel periodo storico. Mentre, nel 1997, un'interessantissima mostra bi-bliografica, "Napoli e Cartesio", organizza-ta dal direttore della Biblioteca Nazionale cittadina Mauro Giancaspro, testimoniava l'indipendenza e l'anticartesianesimo, cioè l'antìrazionalismo, di certa cultura napole-tana sei-settecentesca che fu fautrice di una logica più concreta, di una scienza soprat-tutto sperimentale e nutrice del pensiero del grandissimo napoletano Giambattista Vico. Queste osservazioni di tipo culturale pos-sono costituire i necessari presupposti di azioni fattive, mentre acquistano un loro importante significato nei più ampio con-testo della cultura occidentale e in quella questione che oggi vien detta "crisi dell'Occidente". È noto che il classicismo e il suo razio-nalismo hanno costituito un leit motiv del-la storia dei popoli europei: dal classici-smo dell'Atene del V secolo a.C, a quello ri-nascimentale, al neoclassicismo giacobino. Ma è anche vero che poi il razionalismo, quasi a esemplificare il detto che "chi vuoi troppo ragionar sragiona", si è evoluto e di-vulgato in ideologie filosofiche prive di concretezza, in relativismi che annientano ogni verità, in nichilismi distruttori di ogni realtà. Ha prodotto sociologie politiche che tendono a eliminare dall'uomo i sentimen-ti, negando l'integrità e la diversità di ogni individuo-persona. E si è ridotto in una sor-ta di ragionamenti estremamente semplifi-cati, usati quali efficaci mezzi di convinci-mento delle masse. Proprio questo raziona-lismo, in effetti, sembra costituire un ele-mento fondante della cosiddetta "crisi dell'Occidente". D'altronde, seppur riconosciamo che la nostra democrazia risale all'Atene classica che la inventore evidente che il mondo at-tuale non può essere paragonato a quello chiuso delle polis democratiche e che il ra-zionalismo non può comprendere né quin-di beneficamente governare il nostro com-plesso mondo globalizzato. Un mondo che possiamo, piuttosto, paragonare a quello ellenistico, in cui, accanto al razionalismo, si affermò soprattutto una logica più com-plessa, che, più concretamente umana, nu-trì il cristianesimo nascente e, adeguando-si alla natura, scoprì i segreti della fisica. Co-me illustra "Eureka", l'interessantissima mostra, attualmente al Museo Nazionale di Napoli, inaugurata l'il luglio scorso alla presenza del sottosegretario Antonio Mar-tusciello. Vi campeggia la scienza speri-mentale di Archimede di Siracusa e la con-creta filosofia suggerita dall'esposizione di un antico papiro ercolanense. Sono espres-sioni di una logica naturalistica, quella af-fermata, alle origini della filosofia, pure dal campano Parmenide, che fu anche fisico e matematico pitagorico. Questa ellenica sa-pienza, tuttora attuale (è noto che lo stesso Albert Einstein affermò che le radici del suo pensiero si trovavano nella Magna Gre-cia), verme conservata nelle città dell'Italia Meridionale, fin quando esse, che non ave-vano conosciuto fl feudalesimo carolingio, furono devastate da quello angioino, salvo Napoli, che divenne capitale di quel regno. E che, nelle sua lunghissima continuità sto-rica, ha conservato queste sue radici, che potrebbero dare linfa, vigore, vita al mondo presente. E le ha anche conservate proprio nelle sue pietre, nella stessa struttura del suo centro storico, dove ogni luogo conser-va sempre il ricordo e in qualche modo è il ricalco di un luogo più antico. Perciò Napoli, a prescindere dal riconoscimento Unesco, è davvero, più di ogni altro sito, patri-monio dell'umanità. Salviamola. Anche dall'ignoranza. E dall'insipienza di un Co-mune cittadino che la lascia morire.