«Venne in me lo spirito della sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l'oro al suo confronto è un po' di sabbia, e come fango sarà valutato di fronte ad essa l'argento. L'amai più della salute e della bellezza. Preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana». Gerardo Marotta era l'allegoria stessa della laicità, ma non c'è pagina che lo ritragga meglio di questa celeberrima confessione biblica di Salomone. E Marotta ha pagato un prezzo assai alto per questo amore senza condizioni e senza compromessi. Oggi, è vero, i suoi funerali laici e civici, avvengono in una Napoli avvolta nel nero del lutto cittadino. Ma Marotta se ne va da eretico, da errante, da sconfitto secondo la logica del mondo: la sua eredità materiale è fatta di debiti. La politica ipocrita che oggi finge di onorarlo, fino a ieri lo ha sordamente boicottato. Tutti gli ultimi sindaci di Napoli, i presidenti della Campania, i ministri per i Beni culturali, gli ultimi due presidenti della Repubblica dovrebbero sfilare dietro quella bara con il capo coperto di cenere, chiedendo a gran voce perdono per non aver fatto nulla di nulla di nulla per l'Istituto Italiano di Studi Filosofici e per la sua biblioteca Trecentomila volumi chiusi in casse da anni in un magazzino di Casoria. Peggio ancora della politica, l'università. L'università che in questi ultimi decenni sta tradendo il più intimo nucleo della propria identità, schiava del marketing di se stessa, muta ancella, e non di rado loquace cantrice, del potere. Un'università che, nei suoi vertici, ha sempre sordamente odiato Marotta e la sua libera accademia civile. Il filosofo, rettore e senatore Fulvio Tessitore presentò un'interpellanza urgente al governo contro l'Istituto, le cui attività definì «esplicitamente estranee ai valori dell'italianità e alla consuetudine degli studi filosofici». Ecco un bel capitolo di un aggiornamento del libro di Julien Benda sul tradimento dei chierici. Cui si potrebbero aggiungere i necrologi densi di livore che altri potenti accademici napoletani stanno appendendo in queste ore alle pagine dei quotidiani. Chi si è preso tutto dalla carriera accademica poltrone politiche, prebende, potere concorsuale , chi ha piegato le istituzioni alla propria persona, ora alza il sopracciglio giudicando modesti i risultati di una vita da marginale liberamente scelta. Una vita che ha costruito gli strumenti per formare mille altre coscienze, nell'unica vera scuola di formazione morale e politica che abbia avuto Napoli negli ultimi decenni: credo che all'università converrebbe fare a cambio con questo 'modesto' risultato, se solo potesse. Quando denunciai il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini, trovandomi all'inizio quasi solo e bersagliato da minacce e accuse, il primo a farsi vivo fu Gerardo Marotta, che volle subito condividere quella battaglia: mentre tacevano (e avrebbero continuato a tacere) il sindaco, il cardinale arcivescovo, i rettori delle università napoletane. Ecco: Marotta a Napoli restava un punto di riferimento morale. Probabilmente l'unico. E non solo a Napoli. La voce profetica di Marotta arrivava all'Italia e all'Europa dal luogo da cui meno te lo saresti aspettato: dalla Campania, che lui stesso definiva la pattumiera d'Europa, una regione popolata di ombre, di condannati a morte dal tradimento di una classe intellettuale che non ha mai saputo risalire la china del genocidio culturale del 1799. È da questa terra per millenni la più bella e feconda d'Europa , da questa terra oggi ridotta ad un pozzo di veleni, da questa terra che avrebbe bisogno di tutto, che si è alzata la voce fragile e forte di una canna sbattuta dal vento. Ma c'è un modo per cambiare lo stato presente delle cose: ed è quello di cambiare noi stessi. «La rivoluzione si fa studiando»: è questa la frase chiave dell'intera esperienza umana di Gerardo Marotta. Cercheremo di ricordarlo: cercheremo di non dimenticarci del futuro.