Sinceramente dispiace che James Bradburne, il direttore che in poco più di un anno è riuscito a rivitalizzare la Pinacoteca di Brera con tante scelte coraggiose e azzeccate, sia caduto in due incidenti di percorso uno dietro l'altro. Purtroppo non sono due incidenti su cui si possa chiudere un occhio annoverandoli nella categoria delle sfortunate casualità. Purtroppo invece sono due incidenti allarmanti per le conseguenze che hanno causato, ma ancor di più per una sottovalutazione che li ha resi possibili. Un museo è come un meccanismo magico e insieme delicatissimo che con la sua simpatica spavalderia rimesso in movimento, e ha mandato in tilt. E' andato in tilt nel momento in cui un interesse palesemente commerciale ha imposto di mettere l'etichetta di Caravaggio sotto un quadro che la stragrande maggioranza della critica non ritiene neanche lontanamente del maestro (il quadro è di proprietà di un mercante parigino ed è in vendita). E' andato ancor più vistosamente in tilt il 7 gennaio scorso, quando un abbassamento del tasso di umidità nell'aria di Milano non è stato bilanciato dalle strumentazioni installate nelle sale della Pinacoteca. In questo caso i danni sono ben visibili, grazie ai numerosi e vistosi "incerottamenti" a cui sono state sottoposte una quarantina di opere (si tratta di veline giapponesi messe per consolidare la pellicola pittorica nelle zone critiche). In quei giorni Brera, per un precedente contratto, è stata anche "location" per quattro appuntamenti di moda della Casa Trussardi. Il che ha reso ancor più stridente il contrasto tra quei dipinti feriti e la maschera per necessità garrula dei modelli in posa. Ma la coincidenza è certo un po' allarmante perché restituisce l'immagine plastica di un conflitto oggettivamente in atto: quello tra conservazione e "valorizzazione" (nel senso che la sfilata manda a rendita una potenzialità di Brera, la traduce in introiti). E anche di cosa oggi viene prima nelle gerarchie: se la conservazione avesse avuto la priorità, per la sfilata si sarebbe trovata una soluzione di rimedio. C'è un ultimo passo falso fatto da Bradburne, questo davvero inaspettato e antitetico al suo stile: il default climatico, per ammissione della stessa dirigenza di Brera, è avvenuto il 7 gennaio. Ma la notizia è diventata di dominio pubblico solo sei giorni dopo, grazie un difficilmente evitabile flusso di notizie che hanno portato alla rivelazione di Repubblica. Per un direttore come lui, che ha puntato moltissimo sulla comunicazione per rilanciare il museo e renderne più frendly l'immagine, il black out informativo dovrebbe essere catalogato tra i peccati capitali. Anche perché i vuoti lasciano poi spazio alle ipotesi più fantasiose. Compresa quella che a Brera nessuno sospettasse che anche a Milano ogni anno arriva l'inverno Sinceramente spiace per Bradburne, ma non solo per lui, anche per questo, non trascurabile aspetto. Ieri, all'Accademia di Brera, era ospite d'onore d'onore dell'inaugurazione dell'anno accademico Orhan Pamuk, il romanziere turco premio Nobel. C'era con lui, anfitrione, lo storico dell'arte Salvatore Settis, gran nemico giurato della riforma dei musei promossa dal ministro Dario Franceschini, quella che tra l'altro ha permesso l'arrivo di un bravo direttore come Bradburne, accusata, per l'appunto, di essere né più né meno che una distruzione per via mercatista del patrimonio artistico, che invece andrebbe soltanto "conservato". E in casa di Bradburne, in favore di telecamere di Rai Regione, per solito assai prudenti e istituzionali, Settis ha avuto buon gioco a sbertucciare i cerotti sulle opere d'arte, e ad assestare un paio di cazzotti dolorosi alla riforma Franceschini, prima ancora che al lavoro di Bradburne. Spiace soprattutto questo, perché non c'è come fare una passeggiata alla Pinacoteca di Brera che accorgersi che non sono solo cerotti, quelli che luccicano.
il Foglio
23 Gennaio 2017
I brividi di Brera e i cazzotti, ahinoi, di Salvatore Settis
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Bene culturale
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